domenica 29 novembre 2009

Cattive nuove buone nuove? Carisp Delta e Intesa

Ieri, sabato 28, alcuni quotidiani locali (Corriere di Romagna e il Resto del Carlino) e il Sole24ore hanno dato le loro novelle (pessime) sul caso Cassa di Risparmio San Marino-Gruppo Delta-Intesa San Paolo.
Intesa vuole comprare, l'offerta di acquisto è imminente, ma i 900 dipendenti sono un po' troppi, potrebbero risultare indigesti alla nuova dirigenza. Il problema più grosso però è che l'età media oscilla tra i 30 e i 35 anni e che il 55% di questi sono donne.
Come fare?
I sindacati si sono recati a San Marino per discutere con la Cassa sul futuro dei 900 bancari, Masi e Sibari però hanno confermato la loro intenzione di non lasciare a casa nessuno. I patti per l'acquisto probabilmente erano già stati presi tempo fa, i dipendenti non possono essere licenziati in massa, non devono essere mandati via. In nessuna delle acquisizioni fatte in tutta la storia del sistema bancario italiano si è mai visto un licenziamento massiccio dei dipendenti, perché dovrebbe accadere proprio ora?
Certo, qualcuno se ne andrà, i consigli di amministrazione di tutte le società del gruppo sono stati già sciolti pochi giorni fa, per fare un po' di pulizia della vecchia guardia Estuari. Si sa, il nuovo padrone non ama mettersi in casa uomini di fiducia di quello vecchio. Ma se di "licenziamenti" si tratta, dovrebbe riguardare solo coloro che sono legati o sponsorizzati dalla proprietà Estuari. Gli operativi, la vera forza lavoro del gruppo non dovrebbe subire ridimensionamenti. Se ciò non fosse, sarebbe una follia anche per Intesa.
E poi, ricapitoliamo.
Gli annunci sui giornali lavoro di tutti Italia (ma anche il Sole 24ore di poco tempo fa) da mesi parlano di 1.200/500 nuovi posti di lavoro in Intesa-San Paolo.
Nuovi posti di lavoro, per persone nuove.
E allora i dipendenti del Gruppo Delta?
I dipendenti di Delta sono persone nuove, operative già da tempo, con l'esperienza e le capacità necessarie per continuare il proprio lavoro anche dentro una struttura più ampia come quella di Intesa dopo l'acquisizione di Delta. E poi, non servirà qualcuno che conosca bene la rete e le sue criticità?
Intesa vuole le attività performing; vuole le società finanziarie, vuole la società di factoring, ha necessariamente bisogno di qualcuno che sappia muoversi abilmente all'interno della rete.

La buona notizia è che se si è arrivati di questo sui giornali, l'acquisizione dovrebbe essere imminente. L'accordo con lo Stato Italiano sul segreto bancario è stato concluso, Carisp è d'accordo nel sobbarcarsi tutti i crediti non performing e probabilmente a trattenere con sé la società di recupero crediti (Tarida) e altro.
La conclusione della vicenda pertanto sembra essere imminente. Ma la conclusione dell'inchiesta Varano della magistratura di Forlì a che punto sarà arrivata?
Di Vizio non ci tiene aggiornati, sarà rinchiuso nel suo studio, chino sulle carte?? O non ci starà capendo niente (d'altronde cosa c'era da capire?!)
O meglio, al buon intenditore poche parole e lui si è fatto "abbindolare" dalle chiacchiere di Rossi e dei Magnoni...
Chi di voi ricorda il Magnoni del caso Sindona-Ambrosoli?
Ebbene quello lì, legato al "buon" Sindona, alla mafia, ad Andreotti e compagnia cantante è il padre dei nostri Magnoni ("I fratelli Capone, che siamo noi").
Abbiamo tutti fiducia nella BUONA e VALIDA magistratura italiana.

venerdì 27 novembre 2009

oggi mi sento particolarmente generosa e voglio fare pubblicità ad un amico.

sveltonews.com

notizie lampo
notizia calda di ieri: accordo fatto, chiuso e concluso, siglato e suggellato stamattina. San Marino e lo stato Italiano ha sancito un'intesa sul segreto bancario. Ma, come fulmina Tremonti, lo scudo fiscale continuerà. Ottimo, ma tanto fatta la legge e trovato l'inganno e San Marino e le sue banche non sono degli stolti. Fiduciarie olè!
Ma parliamo di cose poiù bollenti, che pizzicano le dita.
Ieri tutti gli uomini (e le donne) di Estuari sono stati fatti fuori dai consigli di amministrazione delle società del gruppo Delta. Fuori. Amministratore Unico per tutti. Uomini nuovi, di fiducia di Intesa?
Che la risposta sia sì oppure no, non ha importanza in questo momento.
Molte poltrone tremano, molti dirigenti cercano vie di fughe possibili (molti sono già spariti dalla circolazione).
Intesa-San Paolo si avvicina? lo speriamo tutti quanti, soprattutto le famiglie dei 900 dipendenti.
Ma Bologna è satura e qualcuno dovrà fare armi e bagagli e ripiegare su mete alternative. Roma? Milano?

sabato 21 novembre 2009

Amore cristiano


Chiara Scattone“L’Europa difende solo le zucche di Halloween”, dichiara il cardinal Bertone. E la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo “può andare a morire, perché i crocifissi nelle scuole rimarranno”, ha affermato il ministro La Russa a ‘La vita in diretta’. Il crocifisso deve rimanere nelle scuole “perché soddisfa il nostro bisogno di simboli. Anziché incollare un poster sul muro bianco dietro la cattedra nelle aule, ci attacchiamo un crocifisso, crea ambiente e non danneggia le menti dei nostri ragazzi, perché in quel crocifisso si sentono rappresentati”, ha scritto Vito Mancuso su ‘la Repubblica’. Perché difendere così a spada tratta uno dei simboli, se non forse il simbolo per eccellenza, della cristianità? È un’immagine che raffigura il dolore e la morte, che trasforma uomini e donne in individui aggressivi e violenti. Perché sbracciarsi, sgolarsi e infuriarsi nel difendere un simbolo che non è di tutti, soprattutto in un Paese che ha fatto della laicità uno dei princìpi cardine della sua esistenza e della sua Costituzione? “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 Cost.). Il crocifisso è appeso dietro la cattedra su muro bianco che, sì, probabilmente rimarrebbe vuoto, lasciando ai ragazzi la libertà di scelta se appendere una cartina del mondo o dell’Europa (la geografia, questa sconosciuta!) o un poster dell’ultimo gruppo pop di moda, se proprio sentono la necessità di appendere qualcosa per riconoscersi in qualcuno. Non credo che tutti abbiano il bisogno, nonché il desiderio, di riconoscersi nel crocifisso, che è un simbolo solo per i credenti cristiani. Le scuole pubbliche non sono frequentate solo da alunni di fede cattolica, ma anche da bambini che possono identificarsi in altre religioni o in nessuna delle religioni monoteistiche. E proprio perché le scuole sono pubbliche, dunque di tutti, non dovrebbero avere rappresentati sui propri muri o all’interno della propria struttura alcun simbolo religioso, così come alcun simbolo politico. La scuola pubblica è laica. Ma troppo spesso ci si dimentica il significato proprio di questi due termini: pubblico e laico. Il pubblico viene spesso considerato, da alcuni, come ‘privato’, come un qualcosa che può essere utilizzato per scopi e fini personali. Dimenticandosi che ciò che è pubblico è interesse di tutti o, meglio, è di tutti. Mentre il termine laico configura la non appartenenza alla Chiesa e al clero, dunque indica un concetto di indipendenza e autonomia dal volere, dalle indicazioni e dagli orientamenti suggeriti o imposti dalla Chiesa. Non sono concetti particolarmente complessi: la nostra scuola è laica e pubblica, così come lo sono la aule dei tribunali, i municipi e tutti gli altri edifici che ospitano e che rappresentano la Pubblica Amministrazione. I genitori che proprio non sopportano di veder andare via il crocifisso dall’aula del figlio perché credono in quel simbolo godono della libera scelta di iscrivere il fanciullo nelle scuole cattoliche, dove oltre a quel simbolo amato, gli si potrà garantire un corretto insegnamento della religione cristiano - cattolica (che, in teoria, la scuola pubblica, proprio per le motivazioni poc’anzi descritte, non dovrebbe garantire come unico ed esclusivo insegnamento religioso). Ma la coppia italiana che ha scelto ‘coraggiosamente’ (come ci hanno tenuto tanto a sottolineare i telegiornali, forse per marcare l’incredulità e la gravità del gesto compiuto) di intentare una causa alla Corte di Strasburgo ha solo dato voce ad un bisogno di tanti italiani che non si riconoscono nel crocifisso o in altri simboli religiosi e che ritengono che la laicità dello Stato sia qualcosa di irrinunciabile, per la quale vale la pena battersi.


Tratto da laici.it
Finalmente dopo mesi di buoi pesto, sono tornata a rianimare il mio blog. I miei articoli, le mie lezioni, perché confinarli solo in alcuni luoghi?
Presto affronterò nuovamente l'argomento Delta San Marino Intesa San Paolo.
Ci sono novità e forse già dalla fine di questo mese...
ma staremo a vedere.

Brevissima lezione sull'islam molto in generale

«In verità la Religione presso Dio è l’Islam» Cor., III, 19.

«Oggi v’ho reso perfetta la vostra religione, e ho compiuto su di voi i Miei favori, e M’è piaciuto darvi per religione l’Islam» Cor. V, 3.

L’Islam è probabilmente la solo religione monoteista a diffusione mondiale, che fin dalla sua nascita si è data una denominazione chiara e precisa, dal momento come si può leggere nei versetti citati poco sopra, il termine Islam si trova più volte utilizzato nel corso di tutta la trattazione del Corano.

La parola Islam deriva dalla radice araba slm, che significa letteralmente essere incolume, essere sicuro, nonché il rimettere qualcosa al giudizio di qualcuno. Anche se il termine Islam si connota per un’accezione un po’ più specifica, volendo esprimere la “concreta e attiva sottomissione alla volontà divina”, dove con “concreta e attiva sottomissione” si intende effettivamente l’azione che ogni credente compie costantemente nel corso della propria vita. Dal momento che qualsiasi atto, qualsiasi gesto compiuto dal musulmano è pregno di religiosità e di sottomissione al volere di Dio: dalla semplice quotidianità delle abluzioni rituali che precedono le cinque preghiere giornaliere al pellegrinaggio alla Mecca (vero culmine della vita di ogni fedele) ogni azione compiuta ha valore solo se vi è la chiara e precisa volontà di compierla. La volontà o niya è l’elemento centrale del rapporto che intercorre tra il credente e la divinità, poiché solo se vi è la manifestazione (non necessariamente esplicita, generalmente la sua espressione è insita nella psiche umana e nella volontà stessa di agire dell’uomo) dell’intenzione e del desiderio di compiere un’azione quella stessa azione avrà valore presso Dio.

La niya o intenzione viene legittimata da un hadith (o detto) del Profeta che afferma «Le opere esistono solo con le loro intenzioni perché ogni uomo riceve solo per quello per cui ha avuto un’intenzione».

Ed è quest’ultima affermazione che rende ancor più manifesta la nozione di responsabilità individuale del credente nell’adempimento dei doveri religiosi, che ricoprono un ambito molto più ampio rispetto a quanto sussiste nella religione cristiana. Pertanto l’individuo deve necessariamente essere cosciente e consapevole nella realizzazione degli atti che vengono lui richiesti da Dio attraverso l’intenzionale attuazione del Volere divino. La niya oltre ad essere un concetto ed un principio di natura religiosa, è anche un elemento fondamentale del diritto e delle azioni giuridiche che il credente pone in essere.

L’Islam oltre ad essere una religione è anche una cultura, una civiltà, un modo di vivere, nella quale il rapporto con la divinità non è certamente unico ma al contrario lascia ampi spazi alla libertà di agire del credente.

L’Islam, soprattutto nel suo ambito più strettamente giuridico, si mostra come una religione ed un modus vivendi dicotomico: il sacro e il profano, l’eterno e il temporale, haram e halal, ciò che è proibito e ciò che è lecito. Non necessariamente una simile distinzione così netta e così precisa preclude l’esistenza e la legittimazione di sfumature, la dicotomia islamica non ha mai impedito alla cultura e alla civiltà, nonché alla religione, alla filosofia e al diritto che si definiscono islamici di evolversi e di mutare nel corso dei secoli.

L’Islam non è un monolite unico e inscindibile, bensì un sistema di valori, etici, morali e religiosi e giuridici dai contorni mutevoli. Basti pensare al Marocco e al Sud Est Asiatico, due realtà completamente distanti e differenti eppure entrambe pregne di islam.

Per comprendere a fondo la dottrina islamica è necessario partire dalla sfera giuridica, dalla shari’a.

La shari’a indica la Via rivelata da Dio per indicare ai credenti il percorso da seguire nel corso della propria vita. Shari’a dunque non è prettamente ed esclusivamente diritto o Legge, ma è l’insegnamento divino, rappresenta i suggerimenti e le indicazioni che Dio ha dato a tutti i credenti. In un’accezione molto ampia la Shari’a indica la via diritta che Dio ha suggerito a tutti i monoteisti, per cui anche a cristiani ed ebrei; e solo in un’accezione molto ristretta rappresenta la Legge riservata ad i solo musulmani.

All’interno della shari’a si possono distinguere due ambiti differenti: da un lato vi sono le mu’amalat (le norme che regolano i rapporti tra gli esseri umani) e dall’altro le ‘ibadat (ovvero le norme attinenti alla manifestazione del rapporto tra Dio e le sue creature).

Le ‘ibadat rappresentano le norme che regolano il legame tra gli individui e la divinità e sono essenzialmente i cosiddetti arkan al-islam, ovvero i cinque pilastri della fede. Queste hanno carattere universale e sono immutabili. Al contrario le mu’amalat, le norme che ricoprono tutti gli altri aspetti della vita sociale, economica e politica della comunità, possono subire dei mutamenti e adattarsi ai cambiamenti e alle esigenze dei luoghi e dei tempi, a condizione i fenomeni prodotti da tali cambiamenti non risultino essere in contrasto con la parola o lo spirito divino della shari’a.

Ed è proprio nel carattere di mutabilità delle mu’amalat che è possibile riscontrare all’interno dello stesso ambito religioso e giuridico attitudini e comportamenti che differiscono completamente gli uni dagli altri, sia in ambito temporale che in quello spaziale. L’unico elemento costante e immodificabile è l’accettazione e il rispetto del dogma dell’unicità divina (tawhid) e l’applicazione delle ‘ibadat. Accanto a questo elemento si impone senza ombra di dubbio l’idea che la tradizione o sunna non implichi necessariamente la necessità dell’esistenza fin dalle origini di principi immutabili e indipendenti da specifiche condizioni sociali e politiche. Al contrario è esattamente la nozione di tradizione nell’islam che può cambiare e trasformarsi di generazione in generazione e in rapporto alla classe sociale, al gruppo di appartenenza, alla regione interessata, senza essere considerata un’eresia.

L’aspetto di mutevolezza e di evoluzione dei rapporti tra gli individui all’interno della medesima sfera di origine può essere un elemento determinante di “vantaggi” e “svantaggi” in ambito sociale, politico ed economico. Così come da un lato è possibile la rivoluzione dello Statuto personale, come è successo nel 2004 in Marocco con l’emanazione della nuova Moudawana che ha sancito giuridicamente l’uguaglianza tra l’uomo e la donna; dall’altro è possibile assistere a “rivoluzioni” di carattere completamente differente o anche constatare l’immutabilità forzata di tradizioni obsolete in nome di principi religiosi che immutabili non necessariamente debbono restare.

Pertanto se la tradizione è un elemento mutevole, altro è la tradizione risalente al Profeta e ai suoi compagni, ovvero la sunnat an-nabi, considerata come la tradizione per eccellenza e che non attiene alla fede, bensì trova il suo nucleo centrale all’interno del Corano e si riferisce solo alla vita temporale. Il rapporto che intercorre tra il credente e la tradizione del Profeta si “limita” all’imitazione di Muhammad, il quale attraverso il suo comportamento ha sancito e definito ciò che è Giusto (o a- ma’ruf).

Gli Arkan al-islam o i cinque pilastri della fede.

«L’Islam è basato su cinque fondamenti: la shahada, la salat, la zakat, il hajj e il digiuno del mese di Ramadan (sawn

I cinque pilastri dell’Islam sono quegli obblighi cui il fedele deve necessariamente adempiere sia comunitariamente che individualmente e che sono:

la professione di fede o shahada

la preghiera o salat

il digiuno nel mese sacro di Ramadan o sawn

il pellegrinaggio alla Mecca o hajj

l’elemosina rituale o zakat

Primo fattore caratterizzante l’appartenenza all’Islam è la professione di fede, ovvero la pronunziazione della dichiarazione dell’unicità divina: “Esiste un solo Dio e Muhammad è il suo Profeta”.

Questa frase racchiude il vero e unico dogma dell’Islam, il tawhid, l’unicità assoluta Dio, e rappresenta la libera espressione individuale e pubblica.

L’evidente importanza della shahada è rappresentata anche dalla frontiera netta che si stabilisce tra coloro che appartengono all’Islam e coloro che non vi appartengono, ma soprattutto la sua pronuncia rende membro sia in senso oggettivo che sostanziale della comunità islamica o umma islamiyya.

La semplice pronuncia di fronte a due testimoni fa entrare a pieno diritto (dal momento che non esistono riti di iniziazione) all’interno della comunità islamica.

La sua valenza teologica è particolarmente importante, in primo luogo perché come abbiamo visto sancisce l’unicità divina che è l’elemento fondamentale della religione islamica, in secondo luogo perché proprio il principio dell’unicità di Dio nell’ambito della teologia musulmana ha sviluppato il concetto che il vero eretico rimane sempre e solo colui che non aderisce ad una delle due generiche affermazioni della formula.

Con il termine salat si indica la preghiera rituale e canonica, non quella intima di cuore e libera di pensiero. All’interno del Corano si trova più volte attribuito il termine salla, pregare, anche a Dio e agli Angeli che pregano per i credenti e per il Profeta, pertanto si tratta di un “operare sacralmente”. Sono prescritte al credente cinque preghiere giornaliere: all’alba, poco prima del sorgere del sole, a mezzogiorno, nel pomeriggio (verso le tre, quando il sole comincia a calare), al tramonto (appena il sole è scomparso) e la sera o meglio la notte, dopo la scomparsa del crepuscolo. L’obbligo di compiere le cinque preghiere giornaliere incombe a tutti i credenti puberi in pieno possesso delle proprie capacità mentali. Il mukallaf è il buon musulmano, così come viene chiamato dalla giurisprudenza, colui che è tenuto al compimento di tutti i precetti della vita religiosa e al rispetto delle relative interdizioni.

Anche le donne sono ovviamente tenute al compimento delle preghiere, ma non gli impuberi.

Prima di poter compiere la preghiera, condizione necessaria preliminare è la purità rituale. In stato di purità rituale non deve essere solamente l’individuo ma anche i suoi abiti e il suolo sul quale si trova.

L’Islam a tal proposito è particolarmente chiaro e severo: la legge dichiara impuri gli escrementi sia degli uomini che degli animali (ed in particolar modo quelli dei maiali e dei cani), nonché le bevande inebrianti, il sangue e gli animali morti e non macellati ritualmente. Il contatto del musulmano con uno di questi elementi, anche se non provoca alcuna sporcizia esteriore, rende l’individuo contaminato.

Per i musulmani sunniti inoltre, al contrario degli sciiti, i non musulmani sono considerati esseri impuri e pertanto non possono entrare nella città sacra della Mecca, che viene considerata territorio haram (sacro).

Esiste anche una forma di impurità minore, ovvero quando un uomo tocca una donna a lui estranea, dopo aver fatto i propri bisogni, dopo uno svenimento, dopo il sonno o in altre circostanze. Questo tipo di impurità minore proibisce l’esecuzione della preghiera giornaliera e la circumambulazione sacra della Ka’ba e il toccare il Corano.

L’impurità maggiore invece si ha dopo i contatti sessuali e, per la donna, nel periodo delle mestruazioni e nei quaranta giorni che seguono il parto. Nel periodo di impurità maggiore, oltre ai divieti sopra citati, non è possibile nemmeno recitare il Corano o entrare in moschea.

Abolisce lo stato di impurità minore l’abluzione e per lo stato di impurità maggiore l’abluzione totale.

La prima tipologia di abluzione consiste nell’eseguire i seguenti gesti: lavarsi il viso, le mani, le braccia fino ai gomiti, strofinarsi la testa con la mano bagnata e lavarsi i piedi. L’abluzione totale invece è il bagno completo.

Al momento di compiere la preghiera il credente dopo essersi rivolto in direzione (qibla) della Mecca, deve pronunciare a bassa voce o anche solo mentalmente l’intenzione, niyya.

La preghiera può essere compiuta dappertutto, non esclusivamente all’interno di una moschea (anche se è preferibile), secondo un detto del Profeta nel quale si afferma: «Tutta la terra è una moschea».

La preghiera di mezzogiorno del venerdì deve essere compiuta in moschea. Il culto del venerdì oltre a contenere la preghiera, prevede anche una predica o khutba, compiuta da un predicatore o khatib. La predica, più che essere una vera e propria predica, si compone di due momenti: all’inizio vengono pronunciate pie allocuzioni con stereotipate lodi a Dio e al suo Inviato ed esortazioni morali; in un secondo momento le lodi vengono invocate le benedizioni di Dio al sovrano. Cosicché, la khutba per secoli ha rappresentato il segno del riconoscimento della sovranità, per cui togliere il nome del sovrano nel corso della predica equivaleva a compiere un primo atto di ribellione o di trapasso dei poteri.

L’elemosina rituale o zakat è uno dei doveri più raccomandabili all’interno del Corano. Nella sura LXX ai versetti 22 e seguenti si legge: «Eccettuati i preganti, nella preghiera costanti che dei loro beni han fissato debita parte pel povero e ‘l medicante».

Nel Corano viene fatta un po’ di confusione tra i due termini che identificano l’elemosina, zakat e sadaqa, anche se la giurisprudenza ne ha dato una chiara distinzione: la zakat rappresenta l’elemosina rituale, una vera e propria “tassa” regolata da norme di legge; mentre la sadaqa è la donazione volontaria che non ha alcuna precisa regolamentazione giuridica.

Anche se non ancora del tutto fissata giuridicamente, nel Corano si trova la precisa indicazione dei beneficiari del frutto della zakat.

«Perché il frutto delle Decime e delle elemosine appartiene ai poveri e ai bisognosi e agli incaricati di raccoglierle, e a quelli di cui ci siam conciliati il cuore, e così anche per riscattare gli schiavi e i debitori, e per la lotta sulla Via di Dio e pel viandante. Obbligo questo imposto da Dio, e Dio è saggio e sapiente» (Cor. IX, 60).

Con il passare del tempo questa tassa venne regolamentata giuridicamente con formule ben precise: i beni su cui si deve pagare tale tributo sono i prodotti della terra, dei campi (frutta), il bestiame, l’oro e l’argento, le mercanzie, ma solo se di queste sostanze se ne possiede già un minimo fissato per legge.

Le categorie dei beneficiari così come descritte dal testo sacro sono: i poveri e i bisognosi (cui il diritto compie una minuziosa differenziazione); gli incaricati di raccogliere la tassa, ovvero gli esattori; coloro i quali ci siamo conciliati i cuori, ovvero i neoconvertiti ancora deboli nella loro fede o i cittadini ragguardevoli che possono esercitare una certa influenza in favore dell’Islam e dell’intera umma; per gli schiavi che desiderino affrancarsi; per i debitori che hanno contratto un debito per scopi meritevoli e non riescono più a pagarlo; per coloro che lottano sulla via di Dio, ovvero sia per la guerra santa o meglio per il bene pubblico; ed infine per i viaggiatori.

Il calendario islamico si compone di mesi lunari che hanno una durata alternativamente di 29 o 30 giorni, cosicché l’anno ha una durata complessiva di 354 giorni, anziché 365 come nel calendario gregoriano. Il mese finisce, come per il giorno, con il calare del sole e inizia quando, dopo il tramonto del ventinovesimo giorno, appare in cielo la falce di luna nuova. Secondo la legge per dichiarare l’inizio del nuovo mese è necessaria la testimonianza di due testimoni oculari e non è sufficiente il calcolo.

Le prescrizioni per il digiuno si trovano all’interno del testo sacro: «O voi che credete! V’è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate venir timorati di Dio, per un numero determinato di giorni; ma chi di voi è malato o si trovi in viaggio, digiunerà in seguito per altrettanti giorni. Quanto agli abili che lo rompano, lo riscatteranno col nutrire un povero. Ma chi fa spontaneamente del bene, meglio sarà per lui; il digiuno è un’opera buona per voi, se ben lo sapeste! E il mese di Ramadan, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvazione, non appena ne vedete la luna nuova, digiunate per tutto quel mese, e chi è malato o in viaggio digiuno in seguito per altrettanti giorni. Iddio desidera agio per voi, non disagio, e vuole che compiate il numero dei giorni e che glorifichiate Iddio, perché vi ha guidato sulla retta Via, nella speranza che Gli siate grati» (Cor. II, 183-185).

Probabilmente, da quanto anche si capisce dal primo versetto del testo, in un primo tempo i musulmani imitavano l’uso giudaico del digiuno.

Il digiuno durante il mese di Ramadan implica non solo di non mangiare dal tramonto all’alba ma anche di non avere qualsiasi atto sessuale. È inoltre raccomandabile durante tale periodo di non litigare, di non mentire, di non calunniare, di non concepire cattivi desideri. È inoltre valido solo il digiuno che viene anticipato dalla professione dell’intenzione di compiere lo stesso, la niyya.

Sono esclusi dal digiuno i minorenni, i malati di mente, le donne durante le mestruazioni o le donne incinte o che allattino, i malati, i viaggiatori, i vecchi e i malati cronici. Tutti questi, tranne i minorenni, i pazzi, i vecchi e i malati cronici, devono recuperare successivamente i giorni di digiuno perduti. Gli altri invece devono riscattare il digiuno, dal quale sono astenuti, facendo speciali elemosine ai poveri.

Nella tradizione islamica esistono due grandi feste: la “piccola festa” che si compie appena finito il mese di digiuno (difatti viene anche chiamata “id al-fitr” o festa per la rottura del digiuno) e la “grande festa”, che avviene il decimo giorno del mese del pellegrinaggio, in concomitanza con i sacrifici fatti in occasione del pellegrinaggio (il sacrificio del montone che avviene sulla piana di ‘Arafa).

Tra le due feste, quella più sentita è senza dubbio la “piccola festa”, probabilmente perché mette fine al mese del sacrificio del digiuno.

Durante la “grande festa” o “festa dei sacrifici”, è raccomandabile per ogni musulmano offrire in sacrificio un capo di bestiame, cui devolvere la carne in beneficenza ai poveri.

Il pellegrinaggio è il momento più importante di ogni credente, non solo per la sacralità dei luoghi che vengono attraversati ma soprattutto per i rituali che vengono compiuti e che ripercorrono pedissequamente quelli effettuati dal Profeta durante l’ultimo anno della sua vita alla fine della lunga e dolorosa battaglia contro i pagani politeisti, abitanti dell’antica Mecca che avevano rinnegato la nuova fede e intrapreso una guerra fratricida contro la nascente comunità di credenti.

I luoghi del pellegrinaggio sono la grande moschea della Mecca che ospita la Ka’ba, la pietra nera e la fonte dello Zemzem (la fonte che Dio fece sorgere per dissetare Ismaele e sua madre Agar, la schiava di Abramo che Sara fece cacciare nel deserto in preda ad un attacco di gelosia). La Ka’ba è un edificio cubico situato all’interno della grande moschea che accoglie nel suo lato orientale la pietra nera, probabilmente un meteorite, già venerato nell’Antica Arabia pagana. L’interno della ka’ba è vuoto, anche perché non ha alcun valore cultuale. Di fronte alla Ka’ba si trova l’antica fonte di Zemzem (o Zamzam) che secondo la tradizione possiede miracolose proprietà terapeutiche (ma il cui sapore è molto amaro e si consiglia di tenere in bocca due datteri mentre si beve l’acqua per addolcirne il sapore). Poco distante vi è la pietra di Abramo o maqam Ibrahim, la stazione di Abramo, pietra sacra ine poca pagana, sulla quale la leggenda vuole che si trovino incise le impronte del Profeta . A nord est confina con la moschea il luogo da cui si parte per compiere l’antica corsa tra le colline di Safa e Marwa.

Nella tradizione si parla spesso di Abramo perché si crede che le fondamenta della Ka’ba vennero poste da Abramo con l’aiuto degli Angeli, i quali portarono dal cielo la pietra nera. Dopo il diluvio universale la costruzione del tempio venne affidata ad Abramo e a suo figlio Ismaele. Completato che fu il tempio, Abramo compì le cerimonie del pellegrinaggio per essere di modello per le generazioni future. Successivamente i pagani profanarono i luoghi con le loro cerimonie, fino a quando Muhammad conquistando la città entrò nel tempio per distruggere tutti gli idoli e ripristinare l’antico rituale abramitico.

Le cerimonie del pellegrinaggio sono particolarmente complesse e se ne trova qualche accenno sparso all’interno del Corano. Il pellegrinaggio, come si è già detto, rappresenta un momento speciale nella vita di ogni credente. Il suo carattere è obbligatorio almeno una volta nella vita (per chi dispone dei mezzi necessari per compierlo), sia per gli uomini che per le donne (meglio se accompagnate da un uomo di fiducia o dal marito). Prima di intraprendere il pellegrinaggio è necessario formulare la niyya.

Non appena il pellegrino entra nel territorio della Mecca deve porsi in stato di ihram, di sacralizzazione. Il territorio della Mecca è sacro (haram) e il suo ingresso è interdetto ai non musulmani, così come vi è interdetta l’uccisione di animali né l’abbattimento di alberi o cespugli. Durante lo stato di ihram è vietata ogni pratica sessuale, il credente deve indossare due panni, generalmente bianchi, non cuciti e gli è anche proibito radersi i capelli o tagliarsi le unghie.

Talvolta prima di compiere il pellegrinaggio, i credenti compiono la ‘umra o piccolo pellegrinaggio, che può essere fatto in qualsiasi momento dell’anno e che consiste in queste cerimonie: dopo essere entrati nello stato di ihram il pellegrino compie una circumambulazione intorno alla Ka’ba, poi prosegue con la rituale corsa tra Safa e Marwa ed infine chiude il pellegrinaggio facendosi rasare il capo a Marwa. Terminata la ‘umra, il pellegrino si desacralizza per poi riprendere l’ihram nel momento in cui inizia il pellegrinaggio alla Mecca.

Il tawaf o circumambulazione consiste nel girare sette volte a passo svelto intorno alla Ka’ba in senso antiorario; è di uso baciare la pietra nera (se vi si riesce), anche se oggi generalmente si cerca di toccare la pietra o il telo che la protegge. La corsa tra le colline di Safa e Marwa in realtà consiste nel percorrere sette volte a passo rapido il sentire che congiunge Safa e Marwa.

Il hajj vero e proprio inizia il settimo giorno del mese di dhu’l hijja (o mese del pellegrinaggio) nella grande moschea di Mecca con la preghiera collettiva del mezzogiorno (con una speciale predica sui doveri collettivi e individuali del pellegrinaggio). Il giorno 8 i pellegrini partono per la pianura di ‘Arafa, fermandosi nella località di Minà per la preghiera del mezzogiorno. Il culmine del pellegrinaggio è il giorno 9, quando i pellegrini sostano nella pianura di ‘Arafa dove, tutti vestiti con lo stesso abito, detto anche ihram (come lo stato di sacralità), che annulla le differenze sociali, di classe e di genere (uomini e donne durante il pellegrinaggio indossano gli stessi abiti e pregano mischiati gli uni con gli altri, abbandonando la regola che vige nelle moschee e che vorrebbe le donne in fondo alla sala per poter essere protette da sguardi poco appropriati per il luogo e la funzione), si fermano dinnanzi a Dio su di una pianura deserta vicino al monte della Misericordia, jabal ar-rahma, ripetendo dal primo pomeriggio al tramonto la formula labbaika allahumma (eccoci a te, o Dio). Appena tramontato il sole, i pellegrini si lanciano in una corsa verso Muzdalifa, lontano dal monte, dove trascorrono la notte. Il giorno 10 all’alba i pellegrini tornano sempre di corsa a Minà, che deve essere raggiunta prima del sorgere del sole. Il decimo giorno di dhu’l hijja è il “giorno dei sacrifici”, noto anche come la “grande festa”, giorno durante il quale, in tutto il mondo i musulmani festeggiano il sacrificio di Abramo.

A Minà le cerimonie che il pellegrino deve compiere sono piuttosto complesse: il lancio di sette pietre (pietruzze) contro tre steli che si trovano su un determinato montarozzo pronunciando la formula bismillah allahu akbar (nel nome di Dio! Dio è grande!) e che rappresentano il Diavolo. La funzione riprende una tradizione abramitica che racconta di come Abramo, avendo incontrato Satana proprio su quella collina, lo abbia scacciato prendendolo a sassate. Probabilmente invece la tradizione ha origini preislamiche, che nulla hanno a che vedere con Abramo e il Diavolo. Successivamente viene svolto il sacrificio del capo di bestiame, la cui carne, in parte, viene devoluta ai poveri. Infine il pellegrino si rade il capo, come avviene a Marwa durante la ‘umra. Il pellegrinaggio a questo punto è terminato, anche se la legge vuole che il pellegrino torni a Mecca per compiere ancora un ultima circumambulazione semplice (tawaf) intorno alla Ka’ba e ancora un corsa (o sa’y) fra Safa e Marwa (per chi non ha compiuto prima la ‘umra).

Alla fine di questi riti, il pellegrino ritorno a Minà dove cessa lo stato sacrale di ihram e nei giorni 11, 12 e 13 si trattiene per passare i giorni di festa e divertimento, come ricorda la legge. Durante questi giorni di allegria, detti del tashriq, il digiuno (generalmente considerato meritorio) è per tutto il mondo musulmano vietato.

Tra le tradizioni legate al pellegrinaggio, non tutte sono considerate obbligatorie in senso stretto, dal momento che alcune di esse sono entrate nell’uso e sono ormai considerate meritorie, anche se non prescritte dalla legge. Così come per esempio è considerato meritorio bere alla fonte delle Zemzem e visitare la tomba del Profeta a Medina; quest’ultima, chiamata ziyara è una pratica particolarmente criticata e mal vista dai rigoristi wahhabiti, custodi dei luoghi santi (i sauditi).

A questi cinque pilastri dell’Islam, qualche giurista cercò di aggiungerne un sesto, la guerra santa o jihad, la quale però e per fortuna viene considerata solo come un obbligo collettivo.

La parola jihad significa letteralmente “sforzarsi” e difatti si usa aggiungere la frase fi sabili ‘llah, sulla Via di Dio. Il jihad è dunque lo sforzarsi sulla via di Dio e non necessariamente indica la guerra o la violenza, anzi. Difatti nel Corano, dove il termine jihad, non viene mai utilizzato per indicare azioni violente o guerresche, si trova una sorta di evoluzione cronologica delle prescrizioni relative al jihad: da un’ampia tolleranza non violenta, ad una guerra puramente difensiva, ad infine prescrizioni molto generali, quali: «Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati». Cor. IX, 29.

Il jihad diventa obbligatorio per tutti i credenti che possono impugnare un’arma solo nel caso di aggressione esterna da parte di un nemico, altrimenti rimane un obbligo generale, ma non nella sua accezione bellicosa, è un obbligo morale, il jihad rappresenta una sorta di battaglia interiore che ogni credente deve compiere quotidianamente dentro se stesso e con se stesso per mantenere fede agli obblighi religiosi e per non compiere atti contro l’etica e la morale islamica.

Revisionismi fuori contesto



Chiara Scattone“Vogliamo parlare del fatto che Maometto era poligamo, che aveva nove mogli, l’ultima di nove anni? Maometto era un pedofilo, aveva una moglie di nove anni: un pedofilo”. Queste le parole pronunciate da Daniela Santanché lo scorso 9 novembre durante la trasmissione di Canale 5 del lunedì pomeriggio (fascia protetta?). Una sentenza, non un’accusa, pronunciata a bruciapelo, che annienta qualsiasi contradditorio, anzi, lo nega per principio, perché chi la pronuncia non vuole che gli sia risposto. Ebbene, nel mio piccolo, vorrei offrire una risposta alla signora Santanché, paladina dei diritti civili e delle donne, soprattutto se musulmane: il suo riferimento alla pedofilia di Muhammad non è solamente offensivo (Maria non ha sposato Giuseppe quando era ancora una ragazzina e non ha partorito giovanissima?) per chi crede nell’Islam e nel suo Profeta, per chi rispetta le credenze religiose altrui, ma è – e questa è lacosa più grave - privo di ogni fondamento storico. La Storia non è una questione da sottovalutare: l’analisi dei contesti storici, sociali e politici sono elementi che vanno tenuti in grande considerazione quando si affrontano argomenti delicati come quelli religiosi (si ricordi la “gaffe” di Benedetto XVI quando a Ratisbona utilizzò l’esempio del dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano, dimenticando di contestualizzare storicamente lo scritto citato e di valutarne il contenuto in termini di opportunità). La sensibilità dei credenti è suscettibile e va rispettata, ma non per questo debbono essere negati il confronto e la critica, se entrambi sono sostenuti da evidenti fonti storiche. Muhammad non era affatto un pedofilo. E’ vero che ha sposato, come terza moglie, A’isha, la figlia del suo migliore amico (nonché fedele compagno e primo dei quattro Califfi ben Guidati) Abu Bakr. Ha sposato A’isha, la piccola rossa, perché ne era innamorato, perché l’aveva vista nascere e crescere, ma ha rispettato la sua tenera età e il matrimonio non è stato consumato se non dopo lo sviluppo della ragazza (passaggio decisivo nel VII secolo d.C. anche nell’Europa cristiana affinché la donna potesse convolare a nozze). Muhammad non ebbe nove mogli, bensì tredici. Era poligamo. Ai nostri occhi, una simile condizione risulta aberrante e incomprensibile, ma tra il 622 e il 632 d.C. la poligamia non era una questione di maschilismo, bensì uno strumento per sostenere quella parte della comunità che aveva difficoltà nel procacciarsi autonomamente i beni di sussistenza. Nel VII secolo d.C. la penisola Arabica era popolata da tribù beduine, per lo più nomadi e seminomadi, che vivevano dell’allevamento del bestiame e dei commerci che intraprendevano con le città costiere. Poche erano le città (La Mecca era una delle principali città della penisola, nonché luogo sacro ancor prima dell’avvento di Muhammad) e le oasi dove le tribù avevano instaurato un regime stanziale. I rapporti che intercorrevano tra le tutte le tribù presenti erano di sangue e non era difficile che si verificassero, di frequente, conflitti e combattimenti tra tribù nemiche. Questi continui scontri creavano una condizione di vita piuttosto precaria, soprattutto per le donne, che talvolta si trovavano a rimanere sole per lungo tempo in attesa che il marito (o il fratello, o il padre) tornasse dai lungh iviaggi carovanieri o dagli scontri con le tribù avversarie. Non di rado, le donne rimanevano vedove e la comunità intera si incaricava del sostentamento di queste famiglie spezzate, invogliando gli uomini a prendere come moglie proprio le donne rimaste sole, prive della protezione maschile e, il più delle volte, incapaci di sostenersi autonomamente. La poligamia, pertanto, nasceva da un principio solidaristico, anzi, dal principio solidaristico che sta alla base di tutta la dottrina islamica (il divieto dell’usura o riba nelle operazioni commerciali e finanziarie deriva esattamente da ciò). Non deve quindi sconvolgerci il fatto che Muhammad ebbe molteplici mogli, anche perché non bisogna dimenticare che nel suo status di Profeta (e di capo di una comunità) i matrimoni che concludeva rappresentavano il più delle volte accordi politici, dunque non biechi desideri sessuali maschili. Infine, vorrei raccontare alla signora Santanché anche che la piccola rossa, A’isha, oltre ad essere la moglie prediletta e più giovane del Profeta è stata anche la più importante trasmettitrice dei detti e dei fatti (o hadith) risalenti a Muhammad, che sono una delle più significative fonti del diritto musulmano. A’isha, la sposa bambina, è una delle figure più significative nel mondo arabo-islamico, probabilmente anche una delle più affascinanti e delle più amate sia dai credenti che da gran parte degli studiosi. Una figura femminile che conquista fin da subito per la sua storia, la sua passione, la sua arguta intelligenza. Una donna di grande coraggio e di grande carisma, combattente fiera, che partecipò coraggiosamente alle battaglie intraprese contro i pagani meccani e che guidò, seppur non direttamente sul campo, la Guerra del Cammello, che nel 656 contrappose il genero e cugino del Profeta Alì Ibn Abu Talib ad alcuni compagni di Muhammad, dando luogo al primo e più tormentato scisma all’interno della Umma Islamiyya. Battaglia, peraltro, dalla quale Alì e i suoi sostenitori (la shia al-Ali) uscirono sconfitti, sancendo definitivamente la scissione tra sunniti e sciiti.


Tratto da laici.it

Fenomeni di disinformazione irresponsabile


In questi ultimi giorni, i quotidiani nazionali e i telegiornali hanno spostato la loro attenzione dal virus dell’influenza A/H1N1 e dal ‘contagio’ italiano, alla storia di un bambino malato di distrofia muscolare di Duchenne: Daniele Amanti. La vicenda è drammatica, appassiona e coinvolge l’ascoltatore. Il cittadino viene preso quasi dalla commozione: un bambino piccolo, di pochi anni, affetto da una gravissima malattia e da una mutazione particolare, sconosciuta nel mondo. Servono i fondi per iniziare una ricerca e per cercare una cura il prima possibile. Questo sembrerebbe il messaggio: in Italia non si fa ricerca scientifica (è vero, non ne facciamo) e lasciamo morire questo bambino bellissimo (occhi blu e capelli biondi) affetto da una malattia rarissima. Ma è realmente questa la verità? La distrofia muscolare di Duchenne è una delle malattie più famose e conosciute al mondo. La mutazione di cui è affetto Daniele Amanti è certamente rara, ma non influisce sul decorso regolare della malattia così come la si conosce e la si studia da decenni. Ad esserne affetti sono i bambini maschi: per la verità ne è colpito 1 su 2 mila e 500. È una malattia genetica particolarmente diffusa, che coinvolge il cromosoma X e che priva le cellule di una proteina, la distrofina. Colpisce i maschietti e non le bambine, se non in casi estremamente rari, perché il DNA maschile è composto da due cromosomi differenti, XY, mentre quello femminile è composto dai cromosomi XX. Viene sempre trasmessa dalla madre, che ne può essere portatrice e, in questo caso, sarebbe possibile effettuare una diagnosi prenatale, ma è molto frequente il caso di mutazioni spontanee nel corso della maturazione dell’ovulo materno che sono del tutto imprevedibili. Vi è il 50% delle possibilità che una donna portatrice sana possa generare un bambino maschio malato. La distrofia muscolare è una malattia per la quale non è stata ancora trovata una cura eziologica (ovvero in grado di guarire definitivamente la malattia), ma è possibile portare avanti una terapia sintomatica (ovvero che cura solo i sintomi, ma non la causa scatenante). Le cure sintomatiche non sono inutili e possono, anzi, essere molto efficaci, come per esempio nel caso dell’emofilia: la somministrazione della globulina, la proteina mancante nel plasma, risolve quasi completamente la patologia. Ma nel caso della distrofia muscolare ciò non è attuabile, poiché è impossibile somministrare la proteina assente in una cellula. La distrofia muscolare di Duchenne ad oggi è incurabile e certamente si illude chi ritiene si possa trovare una cura definitiva nel giro di poco tempo. La ricerca fa, ogni giorno, passi da gigante, ma potrebbe anche sfortunatamente accadere che fra cinquant’anni non avremo ancora trovato una soluzione risolutiva alla distrofia muscolare, così come a molte altre malattie genetiche. La richiesta dei genitori del piccolo Daniele della sottoscrizione di fondi per finanziare un viaggio in America è certamente plausibile, ma probabilmente inutile. In primo luogo, perché 250 mila euro sembrano un po’ troppi per un viaggio negli States, così come appare decisamente una somma ridicola e irrisoria per iniziare una ricerca scientifica, peraltro già avanzata, in Italia così come in moltissimi altri Paesi. In secondo luogo, le cure e le terapie per questa malattia sono possibili anche nel nostro Paese, che certamente non è ai primi posti per i finanziamenti alla ricerca scientifica. Ma ciò non significa che da noi non si faccia o che non esistano centri di eccellenza in tutto il territorio nazionale. Una terapia efficace è possibile anche in Italia e a costi particolarmente bassi rispetto ai 250 mila euro richiesti. La domanda che sopraggiunge spontanea è pertanto la seguente: non è che si tratta di raggiro a danno della famiglia e dei cittadini più sensibili e generosi? Perché richiedere soldi e creare fondazioni benefiche per uno scopo che potrebbe essere ottenuto con costi minori? Perché alimentare speranze vane e ridicole a dei genitori disperati, illudendoli che una cura efficace sia possibile e in tempi ridotti? Come nel caso della terapia Di Bella contro il cancro, anche con la vicenda di Daniele Amanti si producono illusioni sui quali i media trovano libero sfogo, dimenticandosi che i protagonisti della storia sono persone, esseri umani che andrebbero ben consigliati e non infarciti di vane speranze. Probabilmente, la disperazione acceca e fa diventare sciocchi. Ma è anche una questione di buon senso comprendere che un viaggio in America sarebbe inutile, dato che le terapie sarebbero sostanzialmente le stesse di quelle somministrate in Italia o in Europa a costi molto più ridotti e sostenibili, anche se praticate presso strutture ospedaliere private. L’Italia, con tutti i suoi difetti, rimane un Paese con strutture scientifiche e mediche di gran rilievo. Nonostante le tante inefficienze, cerchiamo di sfruttare quello che abbiamo qui abbandonando, per una volta, il mito degli Stati Uniti, dove tutto sembra luccicante e colorato, come la giostra di un parco - giochi.


Tratto da laici.it