sabato 21 novembre 2009

Brevissima lezione sull'islam molto in generale

«In verità la Religione presso Dio è l’Islam» Cor., III, 19.

«Oggi v’ho reso perfetta la vostra religione, e ho compiuto su di voi i Miei favori, e M’è piaciuto darvi per religione l’Islam» Cor. V, 3.

L’Islam è probabilmente la solo religione monoteista a diffusione mondiale, che fin dalla sua nascita si è data una denominazione chiara e precisa, dal momento come si può leggere nei versetti citati poco sopra, il termine Islam si trova più volte utilizzato nel corso di tutta la trattazione del Corano.

La parola Islam deriva dalla radice araba slm, che significa letteralmente essere incolume, essere sicuro, nonché il rimettere qualcosa al giudizio di qualcuno. Anche se il termine Islam si connota per un’accezione un po’ più specifica, volendo esprimere la “concreta e attiva sottomissione alla volontà divina”, dove con “concreta e attiva sottomissione” si intende effettivamente l’azione che ogni credente compie costantemente nel corso della propria vita. Dal momento che qualsiasi atto, qualsiasi gesto compiuto dal musulmano è pregno di religiosità e di sottomissione al volere di Dio: dalla semplice quotidianità delle abluzioni rituali che precedono le cinque preghiere giornaliere al pellegrinaggio alla Mecca (vero culmine della vita di ogni fedele) ogni azione compiuta ha valore solo se vi è la chiara e precisa volontà di compierla. La volontà o niya è l’elemento centrale del rapporto che intercorre tra il credente e la divinità, poiché solo se vi è la manifestazione (non necessariamente esplicita, generalmente la sua espressione è insita nella psiche umana e nella volontà stessa di agire dell’uomo) dell’intenzione e del desiderio di compiere un’azione quella stessa azione avrà valore presso Dio.

La niya o intenzione viene legittimata da un hadith (o detto) del Profeta che afferma «Le opere esistono solo con le loro intenzioni perché ogni uomo riceve solo per quello per cui ha avuto un’intenzione».

Ed è quest’ultima affermazione che rende ancor più manifesta la nozione di responsabilità individuale del credente nell’adempimento dei doveri religiosi, che ricoprono un ambito molto più ampio rispetto a quanto sussiste nella religione cristiana. Pertanto l’individuo deve necessariamente essere cosciente e consapevole nella realizzazione degli atti che vengono lui richiesti da Dio attraverso l’intenzionale attuazione del Volere divino. La niya oltre ad essere un concetto ed un principio di natura religiosa, è anche un elemento fondamentale del diritto e delle azioni giuridiche che il credente pone in essere.

L’Islam oltre ad essere una religione è anche una cultura, una civiltà, un modo di vivere, nella quale il rapporto con la divinità non è certamente unico ma al contrario lascia ampi spazi alla libertà di agire del credente.

L’Islam, soprattutto nel suo ambito più strettamente giuridico, si mostra come una religione ed un modus vivendi dicotomico: il sacro e il profano, l’eterno e il temporale, haram e halal, ciò che è proibito e ciò che è lecito. Non necessariamente una simile distinzione così netta e così precisa preclude l’esistenza e la legittimazione di sfumature, la dicotomia islamica non ha mai impedito alla cultura e alla civiltà, nonché alla religione, alla filosofia e al diritto che si definiscono islamici di evolversi e di mutare nel corso dei secoli.

L’Islam non è un monolite unico e inscindibile, bensì un sistema di valori, etici, morali e religiosi e giuridici dai contorni mutevoli. Basti pensare al Marocco e al Sud Est Asiatico, due realtà completamente distanti e differenti eppure entrambe pregne di islam.

Per comprendere a fondo la dottrina islamica è necessario partire dalla sfera giuridica, dalla shari’a.

La shari’a indica la Via rivelata da Dio per indicare ai credenti il percorso da seguire nel corso della propria vita. Shari’a dunque non è prettamente ed esclusivamente diritto o Legge, ma è l’insegnamento divino, rappresenta i suggerimenti e le indicazioni che Dio ha dato a tutti i credenti. In un’accezione molto ampia la Shari’a indica la via diritta che Dio ha suggerito a tutti i monoteisti, per cui anche a cristiani ed ebrei; e solo in un’accezione molto ristretta rappresenta la Legge riservata ad i solo musulmani.

All’interno della shari’a si possono distinguere due ambiti differenti: da un lato vi sono le mu’amalat (le norme che regolano i rapporti tra gli esseri umani) e dall’altro le ‘ibadat (ovvero le norme attinenti alla manifestazione del rapporto tra Dio e le sue creature).

Le ‘ibadat rappresentano le norme che regolano il legame tra gli individui e la divinità e sono essenzialmente i cosiddetti arkan al-islam, ovvero i cinque pilastri della fede. Queste hanno carattere universale e sono immutabili. Al contrario le mu’amalat, le norme che ricoprono tutti gli altri aspetti della vita sociale, economica e politica della comunità, possono subire dei mutamenti e adattarsi ai cambiamenti e alle esigenze dei luoghi e dei tempi, a condizione i fenomeni prodotti da tali cambiamenti non risultino essere in contrasto con la parola o lo spirito divino della shari’a.

Ed è proprio nel carattere di mutabilità delle mu’amalat che è possibile riscontrare all’interno dello stesso ambito religioso e giuridico attitudini e comportamenti che differiscono completamente gli uni dagli altri, sia in ambito temporale che in quello spaziale. L’unico elemento costante e immodificabile è l’accettazione e il rispetto del dogma dell’unicità divina (tawhid) e l’applicazione delle ‘ibadat. Accanto a questo elemento si impone senza ombra di dubbio l’idea che la tradizione o sunna non implichi necessariamente la necessità dell’esistenza fin dalle origini di principi immutabili e indipendenti da specifiche condizioni sociali e politiche. Al contrario è esattamente la nozione di tradizione nell’islam che può cambiare e trasformarsi di generazione in generazione e in rapporto alla classe sociale, al gruppo di appartenenza, alla regione interessata, senza essere considerata un’eresia.

L’aspetto di mutevolezza e di evoluzione dei rapporti tra gli individui all’interno della medesima sfera di origine può essere un elemento determinante di “vantaggi” e “svantaggi” in ambito sociale, politico ed economico. Così come da un lato è possibile la rivoluzione dello Statuto personale, come è successo nel 2004 in Marocco con l’emanazione della nuova Moudawana che ha sancito giuridicamente l’uguaglianza tra l’uomo e la donna; dall’altro è possibile assistere a “rivoluzioni” di carattere completamente differente o anche constatare l’immutabilità forzata di tradizioni obsolete in nome di principi religiosi che immutabili non necessariamente debbono restare.

Pertanto se la tradizione è un elemento mutevole, altro è la tradizione risalente al Profeta e ai suoi compagni, ovvero la sunnat an-nabi, considerata come la tradizione per eccellenza e che non attiene alla fede, bensì trova il suo nucleo centrale all’interno del Corano e si riferisce solo alla vita temporale. Il rapporto che intercorre tra il credente e la tradizione del Profeta si “limita” all’imitazione di Muhammad, il quale attraverso il suo comportamento ha sancito e definito ciò che è Giusto (o a- ma’ruf).

Gli Arkan al-islam o i cinque pilastri della fede.

«L’Islam è basato su cinque fondamenti: la shahada, la salat, la zakat, il hajj e il digiuno del mese di Ramadan (sawn

I cinque pilastri dell’Islam sono quegli obblighi cui il fedele deve necessariamente adempiere sia comunitariamente che individualmente e che sono:

la professione di fede o shahada

la preghiera o salat

il digiuno nel mese sacro di Ramadan o sawn

il pellegrinaggio alla Mecca o hajj

l’elemosina rituale o zakat

Primo fattore caratterizzante l’appartenenza all’Islam è la professione di fede, ovvero la pronunziazione della dichiarazione dell’unicità divina: “Esiste un solo Dio e Muhammad è il suo Profeta”.

Questa frase racchiude il vero e unico dogma dell’Islam, il tawhid, l’unicità assoluta Dio, e rappresenta la libera espressione individuale e pubblica.

L’evidente importanza della shahada è rappresentata anche dalla frontiera netta che si stabilisce tra coloro che appartengono all’Islam e coloro che non vi appartengono, ma soprattutto la sua pronuncia rende membro sia in senso oggettivo che sostanziale della comunità islamica o umma islamiyya.

La semplice pronuncia di fronte a due testimoni fa entrare a pieno diritto (dal momento che non esistono riti di iniziazione) all’interno della comunità islamica.

La sua valenza teologica è particolarmente importante, in primo luogo perché come abbiamo visto sancisce l’unicità divina che è l’elemento fondamentale della religione islamica, in secondo luogo perché proprio il principio dell’unicità di Dio nell’ambito della teologia musulmana ha sviluppato il concetto che il vero eretico rimane sempre e solo colui che non aderisce ad una delle due generiche affermazioni della formula.

Con il termine salat si indica la preghiera rituale e canonica, non quella intima di cuore e libera di pensiero. All’interno del Corano si trova più volte attribuito il termine salla, pregare, anche a Dio e agli Angeli che pregano per i credenti e per il Profeta, pertanto si tratta di un “operare sacralmente”. Sono prescritte al credente cinque preghiere giornaliere: all’alba, poco prima del sorgere del sole, a mezzogiorno, nel pomeriggio (verso le tre, quando il sole comincia a calare), al tramonto (appena il sole è scomparso) e la sera o meglio la notte, dopo la scomparsa del crepuscolo. L’obbligo di compiere le cinque preghiere giornaliere incombe a tutti i credenti puberi in pieno possesso delle proprie capacità mentali. Il mukallaf è il buon musulmano, così come viene chiamato dalla giurisprudenza, colui che è tenuto al compimento di tutti i precetti della vita religiosa e al rispetto delle relative interdizioni.

Anche le donne sono ovviamente tenute al compimento delle preghiere, ma non gli impuberi.

Prima di poter compiere la preghiera, condizione necessaria preliminare è la purità rituale. In stato di purità rituale non deve essere solamente l’individuo ma anche i suoi abiti e il suolo sul quale si trova.

L’Islam a tal proposito è particolarmente chiaro e severo: la legge dichiara impuri gli escrementi sia degli uomini che degli animali (ed in particolar modo quelli dei maiali e dei cani), nonché le bevande inebrianti, il sangue e gli animali morti e non macellati ritualmente. Il contatto del musulmano con uno di questi elementi, anche se non provoca alcuna sporcizia esteriore, rende l’individuo contaminato.

Per i musulmani sunniti inoltre, al contrario degli sciiti, i non musulmani sono considerati esseri impuri e pertanto non possono entrare nella città sacra della Mecca, che viene considerata territorio haram (sacro).

Esiste anche una forma di impurità minore, ovvero quando un uomo tocca una donna a lui estranea, dopo aver fatto i propri bisogni, dopo uno svenimento, dopo il sonno o in altre circostanze. Questo tipo di impurità minore proibisce l’esecuzione della preghiera giornaliera e la circumambulazione sacra della Ka’ba e il toccare il Corano.

L’impurità maggiore invece si ha dopo i contatti sessuali e, per la donna, nel periodo delle mestruazioni e nei quaranta giorni che seguono il parto. Nel periodo di impurità maggiore, oltre ai divieti sopra citati, non è possibile nemmeno recitare il Corano o entrare in moschea.

Abolisce lo stato di impurità minore l’abluzione e per lo stato di impurità maggiore l’abluzione totale.

La prima tipologia di abluzione consiste nell’eseguire i seguenti gesti: lavarsi il viso, le mani, le braccia fino ai gomiti, strofinarsi la testa con la mano bagnata e lavarsi i piedi. L’abluzione totale invece è il bagno completo.

Al momento di compiere la preghiera il credente dopo essersi rivolto in direzione (qibla) della Mecca, deve pronunciare a bassa voce o anche solo mentalmente l’intenzione, niyya.

La preghiera può essere compiuta dappertutto, non esclusivamente all’interno di una moschea (anche se è preferibile), secondo un detto del Profeta nel quale si afferma: «Tutta la terra è una moschea».

La preghiera di mezzogiorno del venerdì deve essere compiuta in moschea. Il culto del venerdì oltre a contenere la preghiera, prevede anche una predica o khutba, compiuta da un predicatore o khatib. La predica, più che essere una vera e propria predica, si compone di due momenti: all’inizio vengono pronunciate pie allocuzioni con stereotipate lodi a Dio e al suo Inviato ed esortazioni morali; in un secondo momento le lodi vengono invocate le benedizioni di Dio al sovrano. Cosicché, la khutba per secoli ha rappresentato il segno del riconoscimento della sovranità, per cui togliere il nome del sovrano nel corso della predica equivaleva a compiere un primo atto di ribellione o di trapasso dei poteri.

L’elemosina rituale o zakat è uno dei doveri più raccomandabili all’interno del Corano. Nella sura LXX ai versetti 22 e seguenti si legge: «Eccettuati i preganti, nella preghiera costanti che dei loro beni han fissato debita parte pel povero e ‘l medicante».

Nel Corano viene fatta un po’ di confusione tra i due termini che identificano l’elemosina, zakat e sadaqa, anche se la giurisprudenza ne ha dato una chiara distinzione: la zakat rappresenta l’elemosina rituale, una vera e propria “tassa” regolata da norme di legge; mentre la sadaqa è la donazione volontaria che non ha alcuna precisa regolamentazione giuridica.

Anche se non ancora del tutto fissata giuridicamente, nel Corano si trova la precisa indicazione dei beneficiari del frutto della zakat.

«Perché il frutto delle Decime e delle elemosine appartiene ai poveri e ai bisognosi e agli incaricati di raccoglierle, e a quelli di cui ci siam conciliati il cuore, e così anche per riscattare gli schiavi e i debitori, e per la lotta sulla Via di Dio e pel viandante. Obbligo questo imposto da Dio, e Dio è saggio e sapiente» (Cor. IX, 60).

Con il passare del tempo questa tassa venne regolamentata giuridicamente con formule ben precise: i beni su cui si deve pagare tale tributo sono i prodotti della terra, dei campi (frutta), il bestiame, l’oro e l’argento, le mercanzie, ma solo se di queste sostanze se ne possiede già un minimo fissato per legge.

Le categorie dei beneficiari così come descritte dal testo sacro sono: i poveri e i bisognosi (cui il diritto compie una minuziosa differenziazione); gli incaricati di raccogliere la tassa, ovvero gli esattori; coloro i quali ci siamo conciliati i cuori, ovvero i neoconvertiti ancora deboli nella loro fede o i cittadini ragguardevoli che possono esercitare una certa influenza in favore dell’Islam e dell’intera umma; per gli schiavi che desiderino affrancarsi; per i debitori che hanno contratto un debito per scopi meritevoli e non riescono più a pagarlo; per coloro che lottano sulla via di Dio, ovvero sia per la guerra santa o meglio per il bene pubblico; ed infine per i viaggiatori.

Il calendario islamico si compone di mesi lunari che hanno una durata alternativamente di 29 o 30 giorni, cosicché l’anno ha una durata complessiva di 354 giorni, anziché 365 come nel calendario gregoriano. Il mese finisce, come per il giorno, con il calare del sole e inizia quando, dopo il tramonto del ventinovesimo giorno, appare in cielo la falce di luna nuova. Secondo la legge per dichiarare l’inizio del nuovo mese è necessaria la testimonianza di due testimoni oculari e non è sufficiente il calcolo.

Le prescrizioni per il digiuno si trovano all’interno del testo sacro: «O voi che credete! V’è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate venir timorati di Dio, per un numero determinato di giorni; ma chi di voi è malato o si trovi in viaggio, digiunerà in seguito per altrettanti giorni. Quanto agli abili che lo rompano, lo riscatteranno col nutrire un povero. Ma chi fa spontaneamente del bene, meglio sarà per lui; il digiuno è un’opera buona per voi, se ben lo sapeste! E il mese di Ramadan, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvazione, non appena ne vedete la luna nuova, digiunate per tutto quel mese, e chi è malato o in viaggio digiuno in seguito per altrettanti giorni. Iddio desidera agio per voi, non disagio, e vuole che compiate il numero dei giorni e che glorifichiate Iddio, perché vi ha guidato sulla retta Via, nella speranza che Gli siate grati» (Cor. II, 183-185).

Probabilmente, da quanto anche si capisce dal primo versetto del testo, in un primo tempo i musulmani imitavano l’uso giudaico del digiuno.

Il digiuno durante il mese di Ramadan implica non solo di non mangiare dal tramonto all’alba ma anche di non avere qualsiasi atto sessuale. È inoltre raccomandabile durante tale periodo di non litigare, di non mentire, di non calunniare, di non concepire cattivi desideri. È inoltre valido solo il digiuno che viene anticipato dalla professione dell’intenzione di compiere lo stesso, la niyya.

Sono esclusi dal digiuno i minorenni, i malati di mente, le donne durante le mestruazioni o le donne incinte o che allattino, i malati, i viaggiatori, i vecchi e i malati cronici. Tutti questi, tranne i minorenni, i pazzi, i vecchi e i malati cronici, devono recuperare successivamente i giorni di digiuno perduti. Gli altri invece devono riscattare il digiuno, dal quale sono astenuti, facendo speciali elemosine ai poveri.

Nella tradizione islamica esistono due grandi feste: la “piccola festa” che si compie appena finito il mese di digiuno (difatti viene anche chiamata “id al-fitr” o festa per la rottura del digiuno) e la “grande festa”, che avviene il decimo giorno del mese del pellegrinaggio, in concomitanza con i sacrifici fatti in occasione del pellegrinaggio (il sacrificio del montone che avviene sulla piana di ‘Arafa).

Tra le due feste, quella più sentita è senza dubbio la “piccola festa”, probabilmente perché mette fine al mese del sacrificio del digiuno.

Durante la “grande festa” o “festa dei sacrifici”, è raccomandabile per ogni musulmano offrire in sacrificio un capo di bestiame, cui devolvere la carne in beneficenza ai poveri.

Il pellegrinaggio è il momento più importante di ogni credente, non solo per la sacralità dei luoghi che vengono attraversati ma soprattutto per i rituali che vengono compiuti e che ripercorrono pedissequamente quelli effettuati dal Profeta durante l’ultimo anno della sua vita alla fine della lunga e dolorosa battaglia contro i pagani politeisti, abitanti dell’antica Mecca che avevano rinnegato la nuova fede e intrapreso una guerra fratricida contro la nascente comunità di credenti.

I luoghi del pellegrinaggio sono la grande moschea della Mecca che ospita la Ka’ba, la pietra nera e la fonte dello Zemzem (la fonte che Dio fece sorgere per dissetare Ismaele e sua madre Agar, la schiava di Abramo che Sara fece cacciare nel deserto in preda ad un attacco di gelosia). La Ka’ba è un edificio cubico situato all’interno della grande moschea che accoglie nel suo lato orientale la pietra nera, probabilmente un meteorite, già venerato nell’Antica Arabia pagana. L’interno della ka’ba è vuoto, anche perché non ha alcun valore cultuale. Di fronte alla Ka’ba si trova l’antica fonte di Zemzem (o Zamzam) che secondo la tradizione possiede miracolose proprietà terapeutiche (ma il cui sapore è molto amaro e si consiglia di tenere in bocca due datteri mentre si beve l’acqua per addolcirne il sapore). Poco distante vi è la pietra di Abramo o maqam Ibrahim, la stazione di Abramo, pietra sacra ine poca pagana, sulla quale la leggenda vuole che si trovino incise le impronte del Profeta . A nord est confina con la moschea il luogo da cui si parte per compiere l’antica corsa tra le colline di Safa e Marwa.

Nella tradizione si parla spesso di Abramo perché si crede che le fondamenta della Ka’ba vennero poste da Abramo con l’aiuto degli Angeli, i quali portarono dal cielo la pietra nera. Dopo il diluvio universale la costruzione del tempio venne affidata ad Abramo e a suo figlio Ismaele. Completato che fu il tempio, Abramo compì le cerimonie del pellegrinaggio per essere di modello per le generazioni future. Successivamente i pagani profanarono i luoghi con le loro cerimonie, fino a quando Muhammad conquistando la città entrò nel tempio per distruggere tutti gli idoli e ripristinare l’antico rituale abramitico.

Le cerimonie del pellegrinaggio sono particolarmente complesse e se ne trova qualche accenno sparso all’interno del Corano. Il pellegrinaggio, come si è già detto, rappresenta un momento speciale nella vita di ogni credente. Il suo carattere è obbligatorio almeno una volta nella vita (per chi dispone dei mezzi necessari per compierlo), sia per gli uomini che per le donne (meglio se accompagnate da un uomo di fiducia o dal marito). Prima di intraprendere il pellegrinaggio è necessario formulare la niyya.

Non appena il pellegrino entra nel territorio della Mecca deve porsi in stato di ihram, di sacralizzazione. Il territorio della Mecca è sacro (haram) e il suo ingresso è interdetto ai non musulmani, così come vi è interdetta l’uccisione di animali né l’abbattimento di alberi o cespugli. Durante lo stato di ihram è vietata ogni pratica sessuale, il credente deve indossare due panni, generalmente bianchi, non cuciti e gli è anche proibito radersi i capelli o tagliarsi le unghie.

Talvolta prima di compiere il pellegrinaggio, i credenti compiono la ‘umra o piccolo pellegrinaggio, che può essere fatto in qualsiasi momento dell’anno e che consiste in queste cerimonie: dopo essere entrati nello stato di ihram il pellegrino compie una circumambulazione intorno alla Ka’ba, poi prosegue con la rituale corsa tra Safa e Marwa ed infine chiude il pellegrinaggio facendosi rasare il capo a Marwa. Terminata la ‘umra, il pellegrino si desacralizza per poi riprendere l’ihram nel momento in cui inizia il pellegrinaggio alla Mecca.

Il tawaf o circumambulazione consiste nel girare sette volte a passo svelto intorno alla Ka’ba in senso antiorario; è di uso baciare la pietra nera (se vi si riesce), anche se oggi generalmente si cerca di toccare la pietra o il telo che la protegge. La corsa tra le colline di Safa e Marwa in realtà consiste nel percorrere sette volte a passo rapido il sentire che congiunge Safa e Marwa.

Il hajj vero e proprio inizia il settimo giorno del mese di dhu’l hijja (o mese del pellegrinaggio) nella grande moschea di Mecca con la preghiera collettiva del mezzogiorno (con una speciale predica sui doveri collettivi e individuali del pellegrinaggio). Il giorno 8 i pellegrini partono per la pianura di ‘Arafa, fermandosi nella località di Minà per la preghiera del mezzogiorno. Il culmine del pellegrinaggio è il giorno 9, quando i pellegrini sostano nella pianura di ‘Arafa dove, tutti vestiti con lo stesso abito, detto anche ihram (come lo stato di sacralità), che annulla le differenze sociali, di classe e di genere (uomini e donne durante il pellegrinaggio indossano gli stessi abiti e pregano mischiati gli uni con gli altri, abbandonando la regola che vige nelle moschee e che vorrebbe le donne in fondo alla sala per poter essere protette da sguardi poco appropriati per il luogo e la funzione), si fermano dinnanzi a Dio su di una pianura deserta vicino al monte della Misericordia, jabal ar-rahma, ripetendo dal primo pomeriggio al tramonto la formula labbaika allahumma (eccoci a te, o Dio). Appena tramontato il sole, i pellegrini si lanciano in una corsa verso Muzdalifa, lontano dal monte, dove trascorrono la notte. Il giorno 10 all’alba i pellegrini tornano sempre di corsa a Minà, che deve essere raggiunta prima del sorgere del sole. Il decimo giorno di dhu’l hijja è il “giorno dei sacrifici”, noto anche come la “grande festa”, giorno durante il quale, in tutto il mondo i musulmani festeggiano il sacrificio di Abramo.

A Minà le cerimonie che il pellegrino deve compiere sono piuttosto complesse: il lancio di sette pietre (pietruzze) contro tre steli che si trovano su un determinato montarozzo pronunciando la formula bismillah allahu akbar (nel nome di Dio! Dio è grande!) e che rappresentano il Diavolo. La funzione riprende una tradizione abramitica che racconta di come Abramo, avendo incontrato Satana proprio su quella collina, lo abbia scacciato prendendolo a sassate. Probabilmente invece la tradizione ha origini preislamiche, che nulla hanno a che vedere con Abramo e il Diavolo. Successivamente viene svolto il sacrificio del capo di bestiame, la cui carne, in parte, viene devoluta ai poveri. Infine il pellegrino si rade il capo, come avviene a Marwa durante la ‘umra. Il pellegrinaggio a questo punto è terminato, anche se la legge vuole che il pellegrino torni a Mecca per compiere ancora un ultima circumambulazione semplice (tawaf) intorno alla Ka’ba e ancora un corsa (o sa’y) fra Safa e Marwa (per chi non ha compiuto prima la ‘umra).

Alla fine di questi riti, il pellegrino ritorno a Minà dove cessa lo stato sacrale di ihram e nei giorni 11, 12 e 13 si trattiene per passare i giorni di festa e divertimento, come ricorda la legge. Durante questi giorni di allegria, detti del tashriq, il digiuno (generalmente considerato meritorio) è per tutto il mondo musulmano vietato.

Tra le tradizioni legate al pellegrinaggio, non tutte sono considerate obbligatorie in senso stretto, dal momento che alcune di esse sono entrate nell’uso e sono ormai considerate meritorie, anche se non prescritte dalla legge. Così come per esempio è considerato meritorio bere alla fonte delle Zemzem e visitare la tomba del Profeta a Medina; quest’ultima, chiamata ziyara è una pratica particolarmente criticata e mal vista dai rigoristi wahhabiti, custodi dei luoghi santi (i sauditi).

A questi cinque pilastri dell’Islam, qualche giurista cercò di aggiungerne un sesto, la guerra santa o jihad, la quale però e per fortuna viene considerata solo come un obbligo collettivo.

La parola jihad significa letteralmente “sforzarsi” e difatti si usa aggiungere la frase fi sabili ‘llah, sulla Via di Dio. Il jihad è dunque lo sforzarsi sulla via di Dio e non necessariamente indica la guerra o la violenza, anzi. Difatti nel Corano, dove il termine jihad, non viene mai utilizzato per indicare azioni violente o guerresche, si trova una sorta di evoluzione cronologica delle prescrizioni relative al jihad: da un’ampia tolleranza non violenta, ad una guerra puramente difensiva, ad infine prescrizioni molto generali, quali: «Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati». Cor. IX, 29.

Il jihad diventa obbligatorio per tutti i credenti che possono impugnare un’arma solo nel caso di aggressione esterna da parte di un nemico, altrimenti rimane un obbligo generale, ma non nella sua accezione bellicosa, è un obbligo morale, il jihad rappresenta una sorta di battaglia interiore che ogni credente deve compiere quotidianamente dentro se stesso e con se stesso per mantenere fede agli obblighi religiosi e per non compiere atti contro l’etica e la morale islamica.

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