venerdì 14 agosto 2009

Oggi non trovo pace... ma me ne vado a dormire in attesa del mio primo ferragosto romano

IL CAMBIAMENTO

Qualcuno qualche anno fa mi aveva detto che esistono solo tre cose certe nella vita: si nasce, si muore e le cose cambiano.

Le cose cambiano, così mi aveva detto quel mio amico. Ma dopo quanto, in che maniera, con che ritmo.

La gatta dorme sul divano sopra il cuscino elettrico spento cercando ancora del calore ormai svanito.

La ricerca spasmodica e continua di sensazioni sempre diverse acceca l’esistenza.

I cambiamenti demoliscono le nostre certezze più salde e portano quello scombussolamento che brucia nella mente.

Ed ogni cambiamento, anche il più impercettibile, scorre sulla pelle ancora pallida e gelata da questo inverno che non cessa di opprimere le giornate di sole. Il vento costringe la sciarpa e il cappotto, le calze pesanti e un cappello di lana sulle orecchie.

Ieri sono stata al cinema e già oggi ho dimenticato la trama del film.

E’ il periodo più festoso dell’anno, questo ricorda la radio del mattino mentre il bollitore fischia non ascoltato.

Stasera c’è la festa in maschera e finalmente gente sconosciuta, nascosta dietro un velo di mistero e di incoscienza, inscenerà la propria parte.

Io, la mia gonna di tulle nero e il corpetto stringato sul seno, diventerò una strega. Un’altra donna, un altro aspetto, un’altra esistenza. Forse non troppo diversa da quella reale.

Il telefonino squilla da dentro la borsa nera. Guido nel traffico congestionato dagli ultimi acquisti, dalle ultime occasioni concesse dai negozi con la merce in saldo. Cerco di arraffare il cellulare scavando tra i fazzoletti, le chiavi e le gomme che sono sparse sul fondo della borsa nera. Tanto il semaforo è ancora pallidamente rosso. La voce di Sara dall’altra lato della città mi conferma un appuntamento troppo vicino, troppo lontano per potervi essere presente. Alle otto all’angolo di trastevere. È già tardi, troppo tardi. Come ogni volta, per essere puntuale.

La sigla del telegiornale regionale mi annuncia che il tempo è passato in fretta e il panino è ancora sul tavolo del soggiorno. Il tepore artificiale del bagno e la radiolina che suona e suona incessante. L’acqua scorre e non so ancora come nascondere i miei tratti da uno spesso strato di mascara e di khol nero sotto le palpebre. La gatta mi aspetta paziente davanti alla porta del bagno, sperando in una ciotola nuovamente piena di tocchetti di pollo.

La gonna di tulle è ancora sul letto, aperta come fosse una nuvola di tempesta.

Uno per uno bisogna allacciare i gancetti del corpetto stretto sui fianchi e sul seno, latteo e voluminoso. Tempo, ancora tempo inutile passato davanti uno specchio largo che allarga le forme e non mi soddisfa mai.

La macchina scivola sulla strada distrattamente dritta fino al luogo dell’appuntamento, trenta minuti dopo l’orario stabilito per telefono. C’è solo Luca che aspetta appoggiato al semaforo giallo.

In mano una bottiglia di rhum e una buffa parrucca di riccioli blu.

Non arriva nessun altro. Per adesso.

La seconda tappa è a Piramide, dove Alberta ci aspetta con una pistola in mano e un piccolo mappamondo nell’altra. In macchina siamo stretti l’uno vicino all’altro, i nostri aliti ci scaldano mentre discutiamo dell’ultimo film di quel regista che l’anno scorso ha vinto tanti premi. Del ristorante cinese del centro dove potremmo andare a mangiare la prossima settimana. Di quella canzone che passano costantemente alla radio e angoscia i nostri minuti quotidianamente.

Il teatro dove siamo attesi è lontano, fuori dalla città, dalla luce solita a cui siamo ormai abituati.

“resta con me questa sera e balla ancora…”

Soli nel buio di una sala ancora troppo vuota per non essere notati, per non nascondersi dietro le figure di molteplici vampiri, sceriffi, pugili, centurioni, principesse e ragazze dell’alta borghesia romana. Noi siamo sette, sette dei nostri che stretti ci concediamo le prime risate e le prime impressioni di questo palcoscenico ancora da dominare. Luca dietro al bancone del bar, parrucca di riccioli blu, maniche della camicia arrotolate fino al gomito, mesce vino, rhum, birra, coca cola, ghiaccio e limone. Ci si può dichiarare soddisfatti. La tavola illuminata dietro la colonna è ricca di deliziosi aperitivi, una forma di parmigiano, mozzarelline, patatine e olive, salsiccette di cinghiale e crostini di tonno. Tutto quello che non deve mancare in un teatro di ostentata opulenza e immaginario come il nostro.

Qualcuno scende le scale che conducono a questo piano nascosto al livello inferiore di questa villa celata dalle luci accecanti della realtà moderna e cittadina. Si intravede solo una grossa pancia.

Un ragazzo in pigiama e ciabatte del nonno saluta tutti festosamente stringendo tra le braccia una damigiana di vino rosso. L’amico lo segue di qualche passo mostrando una pancia grossa, bassa, rotonda. Una coppola da mafioso d’altri tempi calcata sulla fronte.

Arriva un pilota dell’aereonautica militare accompagnato da una donna degli anni Venti con una lunga collana di perle al collo e una piuma tra i capelli a crocchia.

La prima cassa di birra è stata svuotata e già Luca sta per aprire la quarta bottiglia di rhum.

La recita comincia. Uomini e donne si scrutano silenziosamente. Il palcoscenico è gremito di piume, occhi dalle ciglia lunghissime che sbattono incessantemente cercando l’attenzione di un Dracula dal mantello di raso nero o di una mummia che scopre la sua tuta Adidas.

Si osservano mentre si accendono le sigarette, si scambiano risatine con gli amici vicini. Si sfiorano i corpi leggeri mentre attraversano la grande sala, afferrando un bicchiere al bancone del bar o cercando un ultimo pezzo di pizza al tavolo illuminato.

Le danze abbiano inizio.

“tra di noi forse nascerà un amore vero, te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei…”

La delicatezza di alcuni movimenti decisi, incoraggiati dal fiume di birra e di vino che scorre intorno a noi. Una musica troppe volte ascoltata per non sembrarci familiare ci trascina nel centro della sala. Un vortice di tacchi a spillo, di scarpe da tennis, di mani voluttuose che si cercano nella mischia. I movimenti rotatori delle gonne gonfie e dei seni che oscillano ritmicamente sotto le camicette o dentro canottiere dalle spalline troppo sottili per non avere la tentazione di sfiorare i capezzoli irrigiditi dai brividi di sudore, eccitati dal frastuono e da quelle mani che cercano senza sosta un contatto carnale.

La musica cala di intensità. Il sipario sembra scendere lasciando scoperte solo poche caviglie gonfie. Le ombre dei corpi illuminati dalle fioche candele strategicamente nascoste dietro pesanti tessuti color rubino. Il sangue che pulsa rapido e affannoso sulle labbra umide ancora macchiate di rossetto indelebile, che il desiderio non riesce a cancellare. Un’apparente silenzio irrompe nella sala, sui cuscini, sulle poltrone alle volte troppo distanti.

Qualcuno sta ancora aspettando per versarsi l’ultimo bicchiere di rhum.

Qualcuno cerca un rifugio sicuro dietro una porta, dietro una tenda e celare così la passione fulminea di due occhi azzurri che ti osservano fin dall’inizio ansiosi di poter assaporare il profumo di questa notte umida di voluttà.

Ma ormai è tardi. Troppo tardi.

Siamo troppo adulti per poterci illudere che tutto questo possa continuare anche domani, che tutto si risveglia nuovamente con i suoi doveri e le sue tristi realtà.

Siamo troppo adulti per chiederci ancora una volta di sfidare il destino e dimenticare quello che siamo stati e che saremo fuori da questo palcoscenico, lontani da questo teatro di finzioni e di giochi.

Siamo troppo adulti per poterci promettere un secondo incontro, per poter stracciare tra l’ufficio e la casa anche solo cinque minuti di questa indolente voglia di non essere noi stessi. Di celare il nostro passato e il nostro animo manifesto e vivere ancora una volta, una volta soltanto il benessere e l’incoscienza di una non esistenza inventata, immaginata, sognata tra le coperte gelate di una vita già programmata.

Siamo troppo adulti o troppo insicuri per poterci abbandonare all’ignoto che ci potrebbe accompagnare lungo una via ancora tutta da costruire, da inventare, da immaginare.

Caspita

Caspita sono a corto di romanzi... adesso che finisco "L'amore ai tempi del petrolio" ho solo il cuore cucito e poi???

Racconti

Stasera vorrei pubblicare un mio vecchio racconto, scritto ormai tanti tanti anni fa, che non riesco bene nemmeno a quantificare.
Ricordo solo che ero giovane, piena di speranze per il futuro, di aspettative, di ideali, il momento nel quale si crede che tutto sia possibile, che tutte le nostre idee siano realizzabili.
Ovviamente poi col tempo ci si rende conto che le aspettative e i sogni, le idee dei vent'anni rimangono solo idee, solo sogni. Si matura, si spera, e si cambia in meglio (in teoria).
Io sono migliorata? Non ne sono sicura, sono diventata solamente più cinica e meno spregiudicata, meno spontanea e più (troppo) raziocinante e cervellotica. I miei neuroni (uomini, rassicuratevi, voi ne possedete solamente due che necessariamente non riescono a funzionare insieme), più di due, io azzarderei quasi a dire una decina, invece, al contrario di quelli maschili, si agitano, si scontrano, si schiantano gli uni contro gli altri creando scintille, confusione e tanta polvere che offusca i pensieri.
Comunque, qui di seguito incollo il mio racconto giovanile e pertanto ingenuo e probabilmente imbarazzante... non credo di essere cambiata poi tanto da allora. E come mi ha detto oggi un amico, "un giorno rileggerai quello che hai scritto l'altra notte e ti farai una risata. Ma deve passare ancora un po' di tempo per rendertene conto"

ARRIVEDERCI AMORE CIAO

Come ci si può sentire quando una persona parte. Quando quella persona che ti è stata vicina per mesi che sembravano quasi anni, ti saluta, con la valigia tra le mani, in piedi sul marciapiede delle partenze dell’aeroporto della tua città.

Quando ti ritrovi sola in macchina a percorrere strade che solo pochi mesi prima ti sembravano impossibili e che adesso sapresti riconoscere ad occhi chiusi.

Quando torni a casa e ti accorgi che sono rimasti i segni del suo passaggio, del vostro passaggio, della breve vita quotidiana insieme.

Come spiegare alle persone, ed in particolare alle donne, che due esseri umani trovino piacevole stare insieme e, allo stesso tempo, riduttivo dare una definizione di quel piacere che li accomuna. Come definire qualcosa di indefinibile come l’ebbrezza di incontrarsi nuovamente, anche ogni giorno, col terrore di non riconoscere più quel volto, di non incontrare più nei suoi occhi la stessa dolcezza del giorno prima.

Come rinchiudere in semplici parole, che fuggono via come le ore, l’affinità e l’incertezza di una storia tra due individui che temono che amarsi possa voler ammettere la loro fragilità di donna e di uomo.

Perché l’amore per loro è ammettere che qualcosa è già finito, definito, distrutto da un concetto che li indebolisce.

La razionalità che li avvolge, che fanno propria, li conduce a scendere in battaglia dove qualcuno vincerà e l’altro avrà, senza alcuna alternativa, perso.

L’amore dovrebbe rappresentare, raccogliere in sé i sentimenti, le emozioni, le passioni, le sensazioni più dolci e immutabili. Ma per loro rappresenta una sconfitta, l’inutile affermazione di una debolezza che li potrà un giorno uccidere.

Perché per loro, ammettere di essere innamorati significa solamente ammettere che sono stati sconfitti, che uno di loro sarà sconfitto, per sempre.

Come possono un uomo e una donna affermare di essersi innamorati e di amarsi quando hanno sulla testa, come una spada di Damocle, l’incombenza di una partenza definitiva. La certezza di un addio senza rimedio.

Come poter amare qualcuno quando sai che non potrai averlo perché le forze della vita ti sono contrarie e mai potranno condurti nelle braccia di quell’uomo o di quella donna che per mesi hai visto, identificato come l’altra metà della tua esistenza.

Il percorso condotto insieme, il passaggio superato insieme, mani nelle mani, fianco a fianco, come una coppia è terminato e tutto ritorna, deve ritornare com’era prima, prima di sapere che quell’altro essere esisteva, viveva lontano fisicamente da te, ma tanto vicino da poterne cogliere il respiro la notte prima di addormentarti. Quando hai sognato la passione, la perfezione, se mai esista, di un rapporto di coppia e non riuscivi a intravedere quel volto. Ecco quel volto l’hai trovato, l’hai vissuto, l’hai consumato con i baci, le carezze, l’hai posseduto (se mai si possa possedere un uomo) e l’hai salutato con una lacrima e un rimpianto che brucia il tabacco della sigaretta che stai fumando in macchina, di ritorno dall’aeroporto.

mercoledì 12 agosto 2009

Post

Sono sufficientemente sbronza per andare a dormire..

Cose serie

Parliamo di cose serie. Gabbie salariali? Se il governo le facesse sarebbe una buona mossa per tutti noi, cadrebbe e il Berluska forse se ne andrebbe in pensione (magari, ma non ci credo). La Ru 486? Volentieri ma diventerei spregevole, sparerei a zero contro i medici e i farmacisti obiettori di coscienza e stasera non ne vale la pena. Le stronzate che sparano quelli della Lega? i telefilm in "lumbard"?? Ma dai, ancora con queste cazzate?!
No, stasera voglio raccontare una cosa (semi)personale. Vorrei scrivere un libro. In realtà il mio secondo libro, perché il primo è pronto. Insomma vorrei scrivere un romanzo, non un saggio come il primo e soprattutto non così noioso e complesso, dotto, intellettuale, intelligente e colto. Un romanzo un po' come il Diario di Bridget Jones (nella quale mi immedesimo spesso, perché dentro ognuno di noi c'è una Bridget Jones pronta ad uscire), allegro, biografico, spiritoso, buffo. Stamattina ho pensato questa cosa: (che ho espresso su fb)"mi sento un po' un misto tra Virginia Woolf, Simone de Beauvoir (Il Secondo Sesso, che meraviglia), Gianna Nannini, Nina Simone (wild is the wind è praticamente il mio motto), Sylvia Plath (fantastica!!!), Frederica Potter (nessuno ha letto la quadrilogia di Antonia S. Byatt?!) in cerca di una sorta di Sartre, più buffone e più impacciato, ma un Sartre, Sartre, tenero, austero, intelligente, prorompente... e perchè no, noioso".
Insomma, stasera parleremo di Amore, anche se quella A maiuscola sembra fuori luogo.
Mi devo liberare e sfogare e cosa meglio di un blog?!
Sono sufficientemente sbronza, Petit Manseng del Casale del Giglio (non è pub, ma è una scoperta ottima), e quindi anche allegra e apparentemente felice, provvisoriamente felice per questa notte, per questa serata, per poche ore ancora.
Ebbene, cosa capitò?
Mi sto innamorando (sono diretta, sparata)? Oddio, non credo, non so, forse, chi può dirlo?
Come nei miei sogni più reconditi forse ho conosciuto qualcuno che potrebbe essere in grado di superare, surclassare e distruggere il mio "Query". Query si è fidanzato con un'altra più grande, non ci vediamo dal 2005 (ma io sono fedele, come i carabinieri, fino alla morte) circa, si è trasferito al nord (rispetto a casa mia) e ha procreato, chiamando sua figlia con lo stesso nome con cui avrei voluto chiamare nostra figlia (una mattina litigammo a lungo sui nomi dei figli, lui voleva quelli dei suoi genitori, io nomi nuovi un po' antichi, Emma, Beatrice, Ippolito, Filippo.. come suo padre). Sua figlia ora ha due anni, come mia nipote. Se ci penso scoppio dal dolore, ma è stato meglio così, la sua felicità è per me la cosa più importante, anche se, lo ammetto, a Natale in un repentino gesto emozionale, gli ho chiesto di tornare da me. Non lo rivorrei indietro. Le cose sono cambiate e lui non è lo stesso, non è la stessa persona di cui mi sono innamorata e a cui sono fedele da anni. Fedele in maniera spirituale, ovviamente. La vita va avanti e in questi anni mi sono comunque innamorata e ho pensato di vivere per sempre con un altro. Ma avevo stravolto il mio essere e non andava bene. Lui mi voleva così com'ero, senza remore e senza rimpianti, senza mistificazioni, senza bugie, senza alcuna finzione, con tutti i miei difetti. Quando ero con lui scrivevo, leggevo, diventavo sempre più colta, ma lui?
Lui ha fatto una figlia con un'altra ed io, oggi, non tornerei assolutamente indietro soprattutto perché ho scoperto che esistono altre persone altrettanto degne, anche se completamente diverse. Con lui fu Amore, Passione, fu Comprensione, Intesa all'istante. Io lo guardavo e senza parole sapevo perfettamente cosa pensasse, cosa credesse. Io iniziavo una frase e lui la concludeva e viceversa. Sempre è stato così. Unione perfetta, potrebbe pensare qualcuno. Ma no, casualità. Era il mio quid. Ma eravamo giovani e le cose cambiano, maturano.
Io maturo accanto al mio gatto, nella mia casa colorata, con il mio coinquilino e la mia vita disordinata, oppressa da libri e dai troppi pensieri, dalle indecisioni e dagli allontanamenti.
Però qualcosa è successo.
Il mio uomo ideale è sempre stato un mancino, con gli occhi chiari e alto almeno quindici centimetri più di me, per poterlo guardare dal basso verso l'altro (1.80 m.).
Ma non tutti i mancini sono perfetti, anzi. Ed è pure difficile incontrarli.
Per la cronaca, un mancino, occhi chiari, un metro e ottanta e passa l'ho conosciuto ma purtroppo non è andata bene, anche se mi piaceva da morire, ma ero stronza, offuscata dall'egoismo e dal terrore di innamorarmi e quindi... ora si trova a due ore e mezzo di aereo da casa mia, un'ora di fuso e una vita lontano da me.
Un altro bicchiere di Petit Manseng.
Una chiamata che non arriva, ma pazienza, è meglio così (lo giuro).
Oddio, le mie Gauloises rosse...
Nella borsa.
Raccontavo, mi sfogavo.
Ho scoperto che esistono uomini compatibili, forse, con il mio carattere, con il mio essere e con il mio pessimo carattere (scorpione).
Quando ho incontrato i suoi occhi e le sue Car shoes (di un colore tremendo) ho sorriso dentro di me. Mi son detta "Ma dai??? Esistono anche esseri simili a me?". Ma forse non è un essere simile a me. Probabilmente il suo sguardo è stata solo gentilezza e le scarpe, pessimo e stravagante gusto e amore per il giallo.
Ma lui, per ora, mi è piaciuto ed io non so assolutamente cosa fare e come comportarmi.
mi escono frasi cattive, acide, inopportune. Penso male e sono diffidente.
E non chiama.
Mammamia, quanto vorrei (forse, non so) che la vita fosse realmente semplice e che il mio cervello si spegnesse di tanto in tanto, o essere semplice e un poco stupida, poco intelligente. Tutto sarebbe più semplice. Ne sono convinta.
Ho rifiutato una cosa a Londra. Mah!
Amare è complesso, soprattutto per chi, come me, riesce ad essere fedele, ad oltranza. Ai propri ideali, ai propri pensieri, alla propria morale, a se stesso e a chi si ama, a chi si vuol bene. Non sono mai riuscita a parlare di amore senza crederci realmente. E' stato uno sbaglio? Probabilmente.
Oggi, vorrei che lui chiamasse e dirgli che mi piacerebbe continuare ad annusarlo per cercare di capire se mi piace sul serio e se, lo stomaco che mi si rivolta ogni volta che vedo una sua foto, sono in grado di sostenere il suo sguardo intenso ogni mattina.

mercoledì 5 agosto 2009

La pillola della discordia

La notizia è del 31 luglio scorso: l’Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) ha dato il via libera all’immissione nel nostro sistema sanitario nazionale della pillola Ru486, che entra finalmente così a pieno diritto nel prontuario farmaceutico. La pillola dovrà essere somministrata entro la settima settimana di gestazione ma, avvertono i vescovi, “chi ne farà uso, sarà scomunicato”. Non è la prima volta che la Chiesa minaccia una simile ‘pena’, né che la pillola abortiva sia messa sotto accusa da alcuni credenti (tra i quali i soliti politici) e da una parte della società civile. Ma soprattutto non è la prima volta, e non sarà l’ultima (sic!) che la donna sarà strumentalizzata e posta al centro di dibattiti, questioni e battaglie politiche che dovrebbero agevolarla, anziché trattarla come un ‘oggetto’ o peggio ancora come una crudele ‘assassina’. Oggi, però, la questione che più preme non è tanto l’autorizzazione concessa dall’Aifa, né le questioni morali politiche o le accuse spregiudicate della Chiesa e dei suoi vescovi, quanto piuttosto il problema ben più grave dell’obiezione di coscienza, sempre più frequente, di medici e di farmacisti. La libertà di opinione e di ritenere autonomamente ciò che sia giusto e ciò che sia sbagliato non è assolutamente posta in discussione. Tuttavia, la manifestazione della libertà di un individuo non deve e non ha alcun diritto di ledere le libertà altrui. Notizia di qualche settimana fa: un farmacista si è rifiutato di fornire alla donna che la richiedeva dietro presentazione di una regolare ricetta medica, la pillola del giorno dopo. Che oggi, nel 2009, debbano accadere, in un Paese che si ritiene adeguato e adatto a far parte del G8, situazioni del genere, credo non sia più ammissibile. La nostra coscienza morale e religiosa non può e non deve inficiare il nostro operato, soprattutto se, per vocazione e per professione, si è scelto di essere un farmacista o un medico. Il medico, così come il farmacista, anche se ovviamente in misura differente e con strumenti non paragonabili, svolge e fornisce un servizio pubblico, ha sottoscritto un giuramento fondamentale e ha promesso, anzi giurato di assistere con tutti i mezzi e gli strumenti leciti (per la legge statale, non per quella di Dio) coloro che necessitano e richiedono il suo aiuto. Per carità: la morale personale di ognuno è imprescindibile. Ma le nostre convinzioni religiose non possono costringerci a condizionare chi ci sta intorno. La religiosità non deve riflettersi manifestamente nella vita professionale, perché è un’essenza personale e spirituale che deve rimanere tale, all’interno della mia spiritualità. Soprattutto nel cristianesimo, tale elemento dovrebbe, in teoria, rimanere confinato nella sfera spirituale e intramondana. Nel protestantesimo, nel luteranesimo e nel calvinismo l’uomo è chiamato (berufe o calling) da Dio ad agire nel rispetto delle sue regole nella vita extramondana, nella sua vita di tutti giorni, perché non conosce le reali intenzioni della divinità sul proprio futuro dopo la morte, cioè non sa se verrà dannato o se, invece, raggiungerà la salvezza. L’uomo protestante non può garantirsi l’assoluzione dei propri peccati, così come avviene nel cattolicesimo tramite lo strumento della confessione, ma deve necessariamente agire ogni giorno della propria vita con coscienza, offrendo alla divinità la sua dedizione nella propria condotta quotidiana e, soprattutto, nel compimento del proprio lavoro. Ebbene, i Paesi protestanti - e non solo quelli anglosassoni - da secoli manifestano una maggiore scrupolosità nel legiferare norme a tutela e in difesa della libertà dell’individuo e del rispetto della propria autodeterminazione. Nei Paesi a maggioranza cattolica, come il nostro, tutto ciò non sembra possibile e, anzi, molto spesso si verifica esattamente il contrario. Il nostro Stato, libero, laico e democratico, tollera troppo benevolmente comportamenti che si pongono in aperto contrasto con i principi che esso stesso si è dato al momento della stesura della Costituzione. Non voglio assolutamente affermare che da oggi a nessuno verrà più concessa l’opportunità di esprimere la propria opinione morale o che dovrebbe essere impedito di compiere azioni nel rispetto della propria religiosità. Ma questa non può e non deve rappresentare un ostacolo alle libertà altrui. Anche perché troppo spesso, in questo Paese, ci si dimentica che i credenti cattolici non sono gli unici cittadini, poiché sono presenti anche credenti di altre religioni monoteistiche che non necessariamente interpretano nei medesimi modi valori analoghi. In molti Stati africani di religione musulmana è stato permesso l’utilizzo di metodi anticoncezionali come il preservativo al fine di limitare il diffondersi dell’Aids, mentre quelli a maggioranza cattolica si sono apertamente opposti ad ogni genere di tecnica contraccettiva, così come ci ha ricordato qualche mese fa Papa Ratzinger. La cosa che più infastidisce è che, a parte tutti questi discorsi sulla moralità e sul rispetto o meno della religiosità in ambito medico, sia sempre la donna a dover subire decisioni altrui e, quindi, a dover rinunciare alla propria autodeterminazione. La donna non è, ancora oggi, in grado di scegliere liberamente per se stessa, per il suo benessere e secondo le proprie convinzioni. Che, nel caso dell’interruzione di gravidanza, non violano alcuna legge, né, soprattutto, alcun diritto altrui. La donna ancora oggi viene considerata come oggetto e non come soggetto di diritto.

Tratto da laici.it