venerdì 14 agosto 2009

Racconti

Stasera vorrei pubblicare un mio vecchio racconto, scritto ormai tanti tanti anni fa, che non riesco bene nemmeno a quantificare.
Ricordo solo che ero giovane, piena di speranze per il futuro, di aspettative, di ideali, il momento nel quale si crede che tutto sia possibile, che tutte le nostre idee siano realizzabili.
Ovviamente poi col tempo ci si rende conto che le aspettative e i sogni, le idee dei vent'anni rimangono solo idee, solo sogni. Si matura, si spera, e si cambia in meglio (in teoria).
Io sono migliorata? Non ne sono sicura, sono diventata solamente più cinica e meno spregiudicata, meno spontanea e più (troppo) raziocinante e cervellotica. I miei neuroni (uomini, rassicuratevi, voi ne possedete solamente due che necessariamente non riescono a funzionare insieme), più di due, io azzarderei quasi a dire una decina, invece, al contrario di quelli maschili, si agitano, si scontrano, si schiantano gli uni contro gli altri creando scintille, confusione e tanta polvere che offusca i pensieri.
Comunque, qui di seguito incollo il mio racconto giovanile e pertanto ingenuo e probabilmente imbarazzante... non credo di essere cambiata poi tanto da allora. E come mi ha detto oggi un amico, "un giorno rileggerai quello che hai scritto l'altra notte e ti farai una risata. Ma deve passare ancora un po' di tempo per rendertene conto"

ARRIVEDERCI AMORE CIAO

Come ci si può sentire quando una persona parte. Quando quella persona che ti è stata vicina per mesi che sembravano quasi anni, ti saluta, con la valigia tra le mani, in piedi sul marciapiede delle partenze dell’aeroporto della tua città.

Quando ti ritrovi sola in macchina a percorrere strade che solo pochi mesi prima ti sembravano impossibili e che adesso sapresti riconoscere ad occhi chiusi.

Quando torni a casa e ti accorgi che sono rimasti i segni del suo passaggio, del vostro passaggio, della breve vita quotidiana insieme.

Come spiegare alle persone, ed in particolare alle donne, che due esseri umani trovino piacevole stare insieme e, allo stesso tempo, riduttivo dare una definizione di quel piacere che li accomuna. Come definire qualcosa di indefinibile come l’ebbrezza di incontrarsi nuovamente, anche ogni giorno, col terrore di non riconoscere più quel volto, di non incontrare più nei suoi occhi la stessa dolcezza del giorno prima.

Come rinchiudere in semplici parole, che fuggono via come le ore, l’affinità e l’incertezza di una storia tra due individui che temono che amarsi possa voler ammettere la loro fragilità di donna e di uomo.

Perché l’amore per loro è ammettere che qualcosa è già finito, definito, distrutto da un concetto che li indebolisce.

La razionalità che li avvolge, che fanno propria, li conduce a scendere in battaglia dove qualcuno vincerà e l’altro avrà, senza alcuna alternativa, perso.

L’amore dovrebbe rappresentare, raccogliere in sé i sentimenti, le emozioni, le passioni, le sensazioni più dolci e immutabili. Ma per loro rappresenta una sconfitta, l’inutile affermazione di una debolezza che li potrà un giorno uccidere.

Perché per loro, ammettere di essere innamorati significa solamente ammettere che sono stati sconfitti, che uno di loro sarà sconfitto, per sempre.

Come possono un uomo e una donna affermare di essersi innamorati e di amarsi quando hanno sulla testa, come una spada di Damocle, l’incombenza di una partenza definitiva. La certezza di un addio senza rimedio.

Come poter amare qualcuno quando sai che non potrai averlo perché le forze della vita ti sono contrarie e mai potranno condurti nelle braccia di quell’uomo o di quella donna che per mesi hai visto, identificato come l’altra metà della tua esistenza.

Il percorso condotto insieme, il passaggio superato insieme, mani nelle mani, fianco a fianco, come una coppia è terminato e tutto ritorna, deve ritornare com’era prima, prima di sapere che quell’altro essere esisteva, viveva lontano fisicamente da te, ma tanto vicino da poterne cogliere il respiro la notte prima di addormentarti. Quando hai sognato la passione, la perfezione, se mai esista, di un rapporto di coppia e non riuscivi a intravedere quel volto. Ecco quel volto l’hai trovato, l’hai vissuto, l’hai consumato con i baci, le carezze, l’hai posseduto (se mai si possa possedere un uomo) e l’hai salutato con una lacrima e un rimpianto che brucia il tabacco della sigaretta che stai fumando in macchina, di ritorno dall’aeroporto.

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