venerdì 14 agosto 2009

Oggi non trovo pace... ma me ne vado a dormire in attesa del mio primo ferragosto romano

IL CAMBIAMENTO

Qualcuno qualche anno fa mi aveva detto che esistono solo tre cose certe nella vita: si nasce, si muore e le cose cambiano.

Le cose cambiano, così mi aveva detto quel mio amico. Ma dopo quanto, in che maniera, con che ritmo.

La gatta dorme sul divano sopra il cuscino elettrico spento cercando ancora del calore ormai svanito.

La ricerca spasmodica e continua di sensazioni sempre diverse acceca l’esistenza.

I cambiamenti demoliscono le nostre certezze più salde e portano quello scombussolamento che brucia nella mente.

Ed ogni cambiamento, anche il più impercettibile, scorre sulla pelle ancora pallida e gelata da questo inverno che non cessa di opprimere le giornate di sole. Il vento costringe la sciarpa e il cappotto, le calze pesanti e un cappello di lana sulle orecchie.

Ieri sono stata al cinema e già oggi ho dimenticato la trama del film.

E’ il periodo più festoso dell’anno, questo ricorda la radio del mattino mentre il bollitore fischia non ascoltato.

Stasera c’è la festa in maschera e finalmente gente sconosciuta, nascosta dietro un velo di mistero e di incoscienza, inscenerà la propria parte.

Io, la mia gonna di tulle nero e il corpetto stringato sul seno, diventerò una strega. Un’altra donna, un altro aspetto, un’altra esistenza. Forse non troppo diversa da quella reale.

Il telefonino squilla da dentro la borsa nera. Guido nel traffico congestionato dagli ultimi acquisti, dalle ultime occasioni concesse dai negozi con la merce in saldo. Cerco di arraffare il cellulare scavando tra i fazzoletti, le chiavi e le gomme che sono sparse sul fondo della borsa nera. Tanto il semaforo è ancora pallidamente rosso. La voce di Sara dall’altra lato della città mi conferma un appuntamento troppo vicino, troppo lontano per potervi essere presente. Alle otto all’angolo di trastevere. È già tardi, troppo tardi. Come ogni volta, per essere puntuale.

La sigla del telegiornale regionale mi annuncia che il tempo è passato in fretta e il panino è ancora sul tavolo del soggiorno. Il tepore artificiale del bagno e la radiolina che suona e suona incessante. L’acqua scorre e non so ancora come nascondere i miei tratti da uno spesso strato di mascara e di khol nero sotto le palpebre. La gatta mi aspetta paziente davanti alla porta del bagno, sperando in una ciotola nuovamente piena di tocchetti di pollo.

La gonna di tulle è ancora sul letto, aperta come fosse una nuvola di tempesta.

Uno per uno bisogna allacciare i gancetti del corpetto stretto sui fianchi e sul seno, latteo e voluminoso. Tempo, ancora tempo inutile passato davanti uno specchio largo che allarga le forme e non mi soddisfa mai.

La macchina scivola sulla strada distrattamente dritta fino al luogo dell’appuntamento, trenta minuti dopo l’orario stabilito per telefono. C’è solo Luca che aspetta appoggiato al semaforo giallo.

In mano una bottiglia di rhum e una buffa parrucca di riccioli blu.

Non arriva nessun altro. Per adesso.

La seconda tappa è a Piramide, dove Alberta ci aspetta con una pistola in mano e un piccolo mappamondo nell’altra. In macchina siamo stretti l’uno vicino all’altro, i nostri aliti ci scaldano mentre discutiamo dell’ultimo film di quel regista che l’anno scorso ha vinto tanti premi. Del ristorante cinese del centro dove potremmo andare a mangiare la prossima settimana. Di quella canzone che passano costantemente alla radio e angoscia i nostri minuti quotidianamente.

Il teatro dove siamo attesi è lontano, fuori dalla città, dalla luce solita a cui siamo ormai abituati.

“resta con me questa sera e balla ancora…”

Soli nel buio di una sala ancora troppo vuota per non essere notati, per non nascondersi dietro le figure di molteplici vampiri, sceriffi, pugili, centurioni, principesse e ragazze dell’alta borghesia romana. Noi siamo sette, sette dei nostri che stretti ci concediamo le prime risate e le prime impressioni di questo palcoscenico ancora da dominare. Luca dietro al bancone del bar, parrucca di riccioli blu, maniche della camicia arrotolate fino al gomito, mesce vino, rhum, birra, coca cola, ghiaccio e limone. Ci si può dichiarare soddisfatti. La tavola illuminata dietro la colonna è ricca di deliziosi aperitivi, una forma di parmigiano, mozzarelline, patatine e olive, salsiccette di cinghiale e crostini di tonno. Tutto quello che non deve mancare in un teatro di ostentata opulenza e immaginario come il nostro.

Qualcuno scende le scale che conducono a questo piano nascosto al livello inferiore di questa villa celata dalle luci accecanti della realtà moderna e cittadina. Si intravede solo una grossa pancia.

Un ragazzo in pigiama e ciabatte del nonno saluta tutti festosamente stringendo tra le braccia una damigiana di vino rosso. L’amico lo segue di qualche passo mostrando una pancia grossa, bassa, rotonda. Una coppola da mafioso d’altri tempi calcata sulla fronte.

Arriva un pilota dell’aereonautica militare accompagnato da una donna degli anni Venti con una lunga collana di perle al collo e una piuma tra i capelli a crocchia.

La prima cassa di birra è stata svuotata e già Luca sta per aprire la quarta bottiglia di rhum.

La recita comincia. Uomini e donne si scrutano silenziosamente. Il palcoscenico è gremito di piume, occhi dalle ciglia lunghissime che sbattono incessantemente cercando l’attenzione di un Dracula dal mantello di raso nero o di una mummia che scopre la sua tuta Adidas.

Si osservano mentre si accendono le sigarette, si scambiano risatine con gli amici vicini. Si sfiorano i corpi leggeri mentre attraversano la grande sala, afferrando un bicchiere al bancone del bar o cercando un ultimo pezzo di pizza al tavolo illuminato.

Le danze abbiano inizio.

“tra di noi forse nascerà un amore vero, te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei…”

La delicatezza di alcuni movimenti decisi, incoraggiati dal fiume di birra e di vino che scorre intorno a noi. Una musica troppe volte ascoltata per non sembrarci familiare ci trascina nel centro della sala. Un vortice di tacchi a spillo, di scarpe da tennis, di mani voluttuose che si cercano nella mischia. I movimenti rotatori delle gonne gonfie e dei seni che oscillano ritmicamente sotto le camicette o dentro canottiere dalle spalline troppo sottili per non avere la tentazione di sfiorare i capezzoli irrigiditi dai brividi di sudore, eccitati dal frastuono e da quelle mani che cercano senza sosta un contatto carnale.

La musica cala di intensità. Il sipario sembra scendere lasciando scoperte solo poche caviglie gonfie. Le ombre dei corpi illuminati dalle fioche candele strategicamente nascoste dietro pesanti tessuti color rubino. Il sangue che pulsa rapido e affannoso sulle labbra umide ancora macchiate di rossetto indelebile, che il desiderio non riesce a cancellare. Un’apparente silenzio irrompe nella sala, sui cuscini, sulle poltrone alle volte troppo distanti.

Qualcuno sta ancora aspettando per versarsi l’ultimo bicchiere di rhum.

Qualcuno cerca un rifugio sicuro dietro una porta, dietro una tenda e celare così la passione fulminea di due occhi azzurri che ti osservano fin dall’inizio ansiosi di poter assaporare il profumo di questa notte umida di voluttà.

Ma ormai è tardi. Troppo tardi.

Siamo troppo adulti per poterci illudere che tutto questo possa continuare anche domani, che tutto si risveglia nuovamente con i suoi doveri e le sue tristi realtà.

Siamo troppo adulti per chiederci ancora una volta di sfidare il destino e dimenticare quello che siamo stati e che saremo fuori da questo palcoscenico, lontani da questo teatro di finzioni e di giochi.

Siamo troppo adulti per poterci promettere un secondo incontro, per poter stracciare tra l’ufficio e la casa anche solo cinque minuti di questa indolente voglia di non essere noi stessi. Di celare il nostro passato e il nostro animo manifesto e vivere ancora una volta, una volta soltanto il benessere e l’incoscienza di una non esistenza inventata, immaginata, sognata tra le coperte gelate di una vita già programmata.

Siamo troppo adulti o troppo insicuri per poterci abbandonare all’ignoto che ci potrebbe accompagnare lungo una via ancora tutta da costruire, da inventare, da immaginare.

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